giovedì, settembre 14, 2017

Ragionando su Montgomery Clift

Ci sono attori di buon livello che piacciono a tutti. Hanno un'aria affascinante, indossano i loro personaggi con totale, sfrontata sicurezza e li rendono memorabili. Li guardi e vorresti essere come loro o, per lo meno, essere loro amico. Poi ci sono i mostri sacri. Quelli che divorano le inquadrature con la loro presenza scenica ingombrante - nell'accezione più positiva del termine - e carismatica, inimitabili nei gesti, nella voce, nel modo di scandire e ritmare i dialoghi. Se ci sono loro, tutti gli altri impallidiscono, si rimpiccioliscono, diventano quasi delle comparse, utili solo in funzione della performance del vero padrone della situazione.

E poi c'è Montgomery Clift

Clift è stato un unicum nella storia del cinema. Ad oggi, e sono già passati quasi 97 anni dalla sua nascita e ben 51 dalla sua morte, nessuno ha mai più portato sullo schermo una nudità così totale e vulnerabile, quasi disturbante nell'impudicizia di mostrarsi senza il velo di alcun artificio istrionico, che la rendesse teatrale, quindi di per sé distante, smorzando la carica minacciosa dei mille interrogativi che presentava allo spettatore non solo sul personaggio, ma anche sull'interprete che gli offriva volto e corpo e, in definitiva, soprattutto su se stesso. Grazie a una solida tecnica, forgiata in oltre un decennio passato a calcare i palcoscenici di Broadway con le migliori compagnie dell'epoca, a una sensibilità rara, a un'intelligenza acuta, a una cultura vasta e a un enorme talento naturale, Montgomery Clift più che un attore era una ferita sempre aperta e sanguinante, che tuttavia mai suppurava. Un buco nero di emotività imbrigliata in un contegno sovrumano, che impediva cedimenti gigioneschi e innecessarie prolissità verbali. Una pentola in pieno bollore, eppure senza alcuno sfiato.

Da questa fortunatissima alchimia è nata una recitazione in cui il silenzio è addirittura più eloquente delle parole e fuggevoli increspature del volto suggeriscono i moti interiori del personaggio meglio di pagine e pagine di copione. Una recitazione basata sull'accumulazione di piccolissimi dettagli, quasi impercettibili a volte, nella quale la grazia di un gesto solo apparentemente casuale, evita la trappola della mitizzazione del personaggio e lo rende umano, comune, reale. Vivo e vicino, come qualcuno che potresti incontrare per strada.
Clift ha portato sul grande schermo per la prima volta - anni prima di Brando, che pure è considerato l'apripista ed è di gran lunga più comunemente osannato e ricordato - un nuovo modo di interpretare i personaggi, un modo moderno, che prevedeva l'immersione nell'altro, al punto da non riconoscere più i confini tra questi e sé. Era questo a conferirgli una naturalezza sconosciuta ai Gable, ai Grant, ai Cooper e a tutti i divi della generazione precedente. I quali, in fin dei conti, ci regalavano varie versioni, solo leggermente diverse le une dalle altre, dell'immagine che Hollywood aveva cucito loro addosso.

Eppure, ridurre Montgomery Clift solo alla naturalezza e all'asciuttezza straordinarie delle sue interpretazioni sarebbe fargli un torto enorme. Sono i suoi occhi la vera chiave di tutto. Occhi capaci di illuminarsi e adombrarsi, svelare segreti, ansie e fragilità con elegante, delicata poesia. Nei primi piani quegli occhi letteralmente fagocitano il resto del volto e sembrano conquistare ogni millimetro dell'inquadratura, facendosi ancora più grandi di quanto non fossero già. Ipnotizzano. Pare che riescano contemporaneamente a guardare te e al di là di te.

Non sorprende che sia difficile capire la grandezza di Clift, mentre è facile intuire quella di Brando. Che Brando fosse speciale lo si percepisce subito, perché lui fa di tutto per mostrartelo. Anche nelle sue migliori interpretazioni, c'è sempre qualcosa che straripa, c'è sempre il piede sull'acceleratore. Che Clift fosse speciale, invece, se non si guarda attentamente, nemmeno lo si nota, tanto è contenuta e minimale la recitazione. Ma in questa tela, solo apparentemente bianca, si stagliano minuscoli puntini, dettagli quasi impercettibili che fanno il personaggio tridimensionale, e lacerazioni che ci fanno improvvisamente sbirciare fin dentro la sua anima. Che ci si offre ambigua e tormentata, come quella di tutti noi. Dandoci quasi un senso di vertigine nel riconoscimento delle tante forze contrastanti che la tirano ora da una parte ora dall'altra, o magari contemporaneamente in più direzioni, proprio come ciascuno di noi ha sperimentato almeno una volta sulla propria pelle.

Se la si riesce a cogliere, questa qualità è ciò che fa sì che Montgomery Clift diventi una sorta di magnifica ossessione e vada a occupare nel proprio immaginario una posizione a parte rispetto a ogni altro attore. Sprazzi della grandezza di Clift si sono visti nel Daniel Day-Lewis del periodo pre Gangs of New York e traspaiono in tutte le migliori interpretazioni di Joaquin Phoenix e Billy Bob Thornton, così come in passato si sono potuti intuire in altri interpreti molto dotati. Ma la magia originale resta irripetibile e insuperata.

Etichette: , ,

0 Comments:

Posta un commento

Links to this post:

Crea un link

<< Home