sabato, agosto 25, 2007

"What is left of a man and all his pride but bones?"

Grondando copiosamente sudore (so che non è una bella immagine, ma è la verità), mi sono messa finalmente a fare ordine nella mia libreria. Operazione necessaria da tempo e troppo a lungo rimandata per eccessiva pigrizia. Mentre attendevo a questa occupazione mi è tornato tra le mani un libretto giallo della Newton contenente le poesie di Jack Kerouac e nello sfogliarlo ho riassaporato una ventata dei miei sedici anni. Niente male.
In un certo senso provo un affetto sincero per Kerouac, per il suo modo di cercare di descrivere l'ineffabile, per quell'idea di opera d'arte come sforzo collettivo di un gruppo di amici (lui, Allen Ginsberg e Neal Cassidy), per il fallimento e l'abbandono di questa idea. Lui ha vagato, ha sbagliato, ha scritto, si è pentito, ma sempre e solo dopo aver esperito le proprie idee e teorie.
Quest'anno ricorre il cinquantesimo anniversario della pubblicazione di On the Road, romanzo che nonostante tutte le critiche che - anche giustamente - gli si possono muovere, segnò una svolta. Per una intera generazione.

"Dying is ecstasy.
I'm not a teacher, not a
Sage, not a Roshi, not a
writer or master or even
a giggling dharma bum I'm
my mother's son & my mother
is the universe --
What is the universe
but a lot of waves
And a craving desire
is a wave
Belonging to a wave
in a world of waves
So why put any down,
wave?
Come on wave, WAVE!
The heehaw's dobbin
spring hoho
Is a sad lonely yurk
for your love
Wave lover

And what is God?
The unspeakable, the untellable..."
(Lucien Midnight, l. 1-23)

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