giovedì, agosto 13, 2020

Esplorando

Questa strana estate senza vacanze è, tuttavia, un'estate di viaggio. L'estate di una personale spedizione alla ricerca delle mie Montagne della Luna. Sarò il saccente Burton? O l'arrogante Speke? Resterò testardamente irremovibile e pervicacemente ego-centrica? Avrò il coraggio di lasciare emergere tratti che preferisco fingere di non sospettare nemmeno? Tornerò scornata e sconfitta, decisa a liquidare tutto come una montatura? Tornerò vincente, ma delusa? Tornerò io? O tornerà qualcuno che ha il mio stesso aspetto, ma che non è affatto la stessa Maria che è partita? Sarà un'impresa? O un fallimento?

Da un po' di tempo a questa parte mi sembra di avere solo domande e nessuna risposta, nessuna certezza. Sono la versione sperimentale di me stessa, precaria e in fieri, che tutto è pronta a mettere in dubbio e tutto è pronta a riconsiderare. E mentre sento il suolo traballante, mi pare che il mio sguardo si sia fatto più acuto. Via via che verità di comodo e bugie pietose e postulati figli della paura svelano la propria natura, mi pare di riuscire a vedere venire a galla cose su di me e sugli altri rispetto alle quali la cecità dei miei occhi era totale. Non così, tuttavia, quella dell'anima, che le stesse cose le conosceva - o per lo meno le intuiva - e cercava di portarle in superficie manifestandole come vaghi fastidi, inspiegabili ansie, inopportuni scatti d'ira, indecifrabili gioie, intempestive lacrime, apparentemente immotivati timori. E, se da un lato mi sento posseduta da una sorta di furia iconoclasta, desiderosa di abbattere e di distruggere e di cancellare, dall'altro ho un bisogno e un desiderio di sacro che si fanno sempre più brucianti. Ho necessità di una nuova teogonia e nuovi altari, santi nuovi e nuovi valori. Di un tempo diverso in cui poter guardare i germogli e aspettare prima di decidere cosa tagliare, senza rigidi precetti. Un tempo che accetti anche l'ortica o la gramigna, senza tenere l'erbicida sempre a portata di mano.


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Epilogue - Ryuichi Sakamoto

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martedì, agosto 11, 2020

Apostasia

Che genere di dio sei? 

Che non distingui offerte e offese?

Che genere di dio sei?

Che, purché provenga da me, tutto consideri con indifferenza o sdegno?

Che genere di dio sei?

Che hai leggi contraddittorie e non imparziali?

Che genere di dio sei?

Che ad alcuni chiedi l'impossibile e perdoni ad altri di non aver fatto nemmeno l'indispensabile?

Che genere di dio sei?

Che tra la tua progenie hai distribuito patenti di divinità e di mortalità con implausibile arbitrio?

Che genere di dio sei?

Che hai chiesto il sacrificio della mia adolescenza?

Che genere di dio sei?

Che impassibile l'hai guardata dissanguarsi come fosse una visione qualunque?

Che genere di dio sei?

Che hai scritto le tue promesse nell'acqua di un fiume impetuoso?

Che genere di dio sei?

Che ancora e ancora mi hai illusa e poi tradita?

Che genere di dio sei?

Che per tutti hai comprensione e per tutti hai un perdono, meno che per me?

Che genere di dio sei?

Che distribuisci premi e colpe, sia quelli che queste immeritati?

Che genere di dio sei?

Che sei misericordioso con gli uni e implacabile con gli altri?

Che genere di dio sei?

Che a tutti profetizzi il bene e per me intravedi solo un presente e un destino infelici?

 

Io ti rinnego.  

E rinnego ogni mitezza, ogni accondiscendenza con nelle viscere il dolore di chi sa che l'abiura è tardiva e non serve a recuperare quello che è perduto.

Fuori dalla tua nazione, lontano dalla tua legge, sono sottratta al mio peccato originale (che, in verità, non è nemmeno mio). E, pur dolente e in ritardo, sono finalmente libera di scegliere da sola l'unità di misura con cui soppesarmi.

 

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Song to the siren - Tim Buckley

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domenica, agosto 09, 2020

E ora che sempre più vedo quello che è, quello che sei, mi sento molto meno piccola, meno indifesa. Vedo l'ipocrisia e la cattiveria sotto la vernice della mitezza e dell'equità. E sono consapevole del disprezzo. Lo sento nettamente, mentre mi viene vomitato addosso in modo subdolo e insinuante. Ma sentirlo per quello che è, non come un mio senso di colpa da espiare, gli toglie il potere di dilaniarmi. Lo sento sempre più come una percezione neutra e sempre meno come un dolore. Non è più una ferita inferta, è un dato da registrare. E parla di te, non di me. Di ogni stilettata io sono solo il bersaglio, non la causa. 

Adesso lo vedo, adesso lo so. 


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Geraldine - Glasvegas

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domenica, luglio 19, 2020

Insensibile. Così mi definiva. E io a chiedermi per anni come fosse possibile, allora, avere tutte quelle lacrime, da dove venissero, perché a volte sembrasse interminabile il tempo passato prima di poterle contenere. Lacrime da emozioni di retroguardia, vissute sempre ex post, come se in diretta mi fossero precluse. Lacrime silenziose da relegare dietro porte chiuse e consumare in solitudine. In pubblico la vita era un'anestesia perenne e così, di tante cose mi sono accorta fuori tempo massimo, una volta che ho potuto guardarle al sicuro nell'intimità della mia stanza.

Insensibile, sì, ma per mia natura o solo per confermare un'etichetta assegnatami? Insensibile per mandato. Con un corpo da temere e zittire e domare come un animale feroce. Con standard irraggiungibili a cui tendere, che richiedevano - anche solo per provare ad avvicinarvisi - l'eradicazione di ogni vulnerabilità, ogni dubbio, ogni possibilità di errore, ogni umanità. Una vita a reprimersi e vergognarsi e nascondersi e svalutarsi, a guardare le cose belle con il sospetto di chi non si crede alla loro altezza. A pensare che la mia felicità dovesse essere subalterna, se rompeva patti ai quali mi era stata imposta la fedeltà, se arrivava prima di date fissate con non si sa quale criterio. O a non vederla nemmeno, la possibilità della felicità, perché - sapendo che non era ancora il tempo stabilito - mi negavo inconsciamente perfino la facoltà di percepire sensazioni e turbamenti. E intanto vedere il perdono per gli altri, la comprensione, addirittura la giustificazione delle loro deviazioni da norme che per me, invece, erano ferree e insindacabili come dogmi. Cogliere la crudeltà e l'insensatezza di tutto questo e comunque riuscire a sentirsi in colpa anche solo di aver ricevuto una telefonata, portando nel cuore il cimitero di tutte le cose lasciate morire, sacrificate su un altare che non era mio, per compiacere qualcuno che non ero io. Sopportando in silenzio, senza ribellarsi mai, perché questo mi era stato insegnato: che il sacrificio e il dolore per una donna sono la condizione esistenziale.

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The Mercy Seat - Nick Cave & The Bad Seeds

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sabato, luglio 18, 2020

Approvazione

What drink’st thou oft, instead of homage sweet,
But poisoned flattery?


Nel culto di chi o di cosa viviamo? Di chi sono gli dei che seguiamo? Abbiamo davvero scelto noi l'altare sul quale sacrificare tempo e fatiche? Come abbiamo deciso a cosa consacrare la nostra vita? Per compiacere chi? Per noi stessi o un'autorità esterna che ogni tanto ci dispensa qualche zuccherino e così ci tiene in suo potere? Siamo davvero autonomi o siamo inconsciamente eterodiretti da desideri che non ci appartengono?

Ap-pro-va-zio-ne. Cinque sillabe da cui mi sto curando e, mentre sono alle prese con la mia terapia, i miei "colleghi" malati li vedo dappertutto, come non mi era mai capitato di notare. Se c'è davvero una pandemia, è questa ricerca spasmodica dell'apprezzamento, quasi che avesse valore solo ciò che riceve il plauso di qualcun altro. Quella voglia di essere guardati, notati, lodati per curare ferite antiche. Ma trovare lo sguardo così ardentemente bramato e mai davvero catturato è impossibile. Neanche milioni di milioni di altri occhi potranno colmare quel desiderio. Mentre quelli, quelli non ci guarderanno mai come avremmo voluto, e comunque sarebbe troppo tardi. Con le cose buone è sempre una questione di tempismo: in ritardo o in anticipo non servono a niente. 

L'unica cura possibile è una rivoluzione, un'inversione a U in direzione di se stessi perché lo sguardo che brilla sia il proprio, perché sia il nostro il viso su cui si allarga un sorriso orgoglioso e niente possa fare vacillare una soddisfazione intima, viscerale cercata e costruita con in mente solo le proprie passioni, i propri desideri, la parte autentica di sé.

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Like a Friend - Pulp

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sabato, giugno 13, 2020

Saving grace

Attorno la tempesta. Nubi dense, scure, che vomitano pioggia a conati violenti. Lampi che fendono il cielo. Tuoni squassanti. Venti impetuosi. Strepito. Confusione. Non sappiamo dove stiamo andando eppure ci andiamo velocissimo.

Dentro una pace nuova, sconosciuta, sorprendente. Forse fragile come un cristallo, ma tenace come certe cose sottili sempre sul punto di spezzarsi e pervicacemente impegnate a resistere. 

C'è una grazia speciale nel lasciarsi andare, nell'accettare la spinta del vento, nello smettere di restare abbarbicati alla propria immagine di sé, a illusioni e definizioni, alle proprie presunte promesse mancate, che - benché sembrassero la corda tesa dell'arco, che ci avrebbe proiettato lontano - non erano altro che confini e catene e camere di contenzione.

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Meglio che niente - Pino Marino

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martedì, giugno 02, 2020

Sarà bellissimo

Qui, in nessuno altro posto, che non sia qui. Nessun altrove da desiderare. E adesso. Nessun passato da rammendare né futuro da tessere. Ciò che è stato, è stato e mi appartiene, ma non mi definisce, non mi limita e non mi rappresenta. Quel che sarà, sarà e mi va bene. Non c'è modo di saperlo né di poterlo costruire o prevedere con certezza. L'imponderabile è sempre in agguato e la nostra ostinazione non è così potente da piegare il caso e, no, non c'è chiaroveggenza che riesca ad afferrarlo, né previdenza che possa esaurire tutti gli scenari possibili. Il futuro arriverà, basta attendere per vederlo dispiegarsi. Nel frattempo sono qui adesso e sono effimera, come tutte le cose del mondo, e non ho tempo per concentrarmi su obiettivi e standard stabiliti da chicchessia. Sono troppo vecchia per andare in giro come un venditore porta a porta che mendica dieci minuti di attenzione, con lo spirito che si accartoccia un po' di più a ogni scampanellata che resta senza risposta e un sorriso fasullo sempre appeso sotto il naso, nella speranza di abbindolare il prossimo che guarderà dallo spioncino. E, visto che il tempo a mia disposizione è scarso e non c'è modo di conoscere tutto, tanto vale concentrarmi su conoscere me stessa.

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Costruire per distruggere - Afterhours

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venerdì, novembre 08, 2019

Tempo per me

Le notti insonni non hanno più lo stesso sapore. Non ci sono più canzoni da scandire in silenzio, solo muovendo le labbra, nel buio di una casa addormentata. Ninnananne improbabili. Esorcismi non ortodossi per tumulti e tormenti. A proposito di tutto e di nulla in particolare. Il fido Walkman come compagno, aspettando che arrivasse l'ora di alzarsi per andare a scuola.

Ora la stanza è illuminata da una perpendicolare luce bianca, igienica e abbagliante, come in un ospedale. Il silenzio è rotto dal battere delle dita sui tasti del computer. Essere svegli non è più una fastidiosa casualità, è un bisogno. Un po' per le cose ancora da fare, le scadenze da rincorrere come la lepre in una gara di levrieri al cinodromo; un po' per la necessità di rubare qualche pezzo solo per sé in giornate stritolate dal dovere. Il computer rimanda le stesse ninnananne di vent'anni fa e viene quasi la tentazione di mettersi a ballare. Una ridicola e goffa danza solitaria nel cuore della notte, urlando senza emettere suono parole così familiari e precise e che calzano così a pennello, che sembra ti scorrano nel sangue. 

E si finisce per chiedersi per quale assurda perversione non sembri essere cambiato nulla, mentre i tuoi eroi hanno ormai l'età della pensione o del cimitero. O forse è solo che quelle schegge inossidabili di perfezione riassumono (e possono prendersene il merito) tutti i veri momenti salienti dell'esistenza, perché hai vissuto con più emozione l'ascolto delle crisi interiori di giovani working class dell'Inghilterra settentrionale e dei loro amori - vividi e umani, rabbiosi, un po' disfunzionali, pieni di frustrazioni e di secrezioni, sporchi e imperfetti - di quanto ti sia mai accaduto con la tua stessa vita, fatta di momenti sempre un po' sfocati e con sentimenti attutiti, quasi fossero avvolti nel pluriball. Che per sentirli, finalmente, te li sei dovuti strappare fuori a posteriori sullo sfondo bianco di una pagina e guardarli lì, nella loro gracile stilizzazione, per convincerti che fossero veri.

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giovedì, novembre 07, 2019

"I'll be sleeping in, sleeping in throughout these glory days"

La mente è una macchina del tempo. Vent'anni fa sembrano ieri. Le storie vissute. Quelle sognate. Quelle neppure immaginate per pudore o senso di inadeguatezza. Fantasmi che ci visitano dai Natali passati, presenti o futuri, eppure non hanno nulla di spettrale. Non c'è un solo contorno che sia sfumato. Persone a cui abbiamo detto addio. Commiati forzati. Saluti mai pronunciati. E ancora risuona l'eco delle risate, si percepiscono le canzoni un po' stonate cantate a squarciagola nelle sere d'estate sul lungomare e quelle davanti a uno specchio. Una gioventù stantia e fuori tempo massimo a cui restare aggrappati con le unghie, prima di rassegnarsi a buttarsi a capofitto in presunti "giorni di gloria" fatti di spiccioli successi quotidiani, che accomunano gli esseri umani dalla loro comparsa sulla Terra. 

Non che ci sia davvero qualcosa a cui attaccarsi, niente di luminoso o indimenticabile, se non quel senso rotondo di possibilità, che nel tempo si è poco a poco ristretto. Oggi è solo un puntino, forse poco più, ma allora era come una licenza di inventarsi, di pensarsi e immaginarsi diversi da tutti. 

Ci vuole una perseveranza speciale per aspettare il proprio momento, se tarda all'appuntamento. Qualcuno ha detto che, se fai qualcosa abbastanza a lungo, prima o poi il tuo tempo arriverà. Era certamente qualcuno con molto più talento, molta più intelligenza, molta più passione, molta più motivazione, molta più determinazione e risolutezza di me. Io penso di avere lo stomaco giusto per un altro giro. Poi con un mezzo inchino lascerò la giostra. Non penso mi sarà possibile sopportarne la vista mentre continua a girare senza di me. Non credo riuscirò a distrarmi, come fanno altri, perdendomi in diversivi fino a dimenticarne perfino l'esistenza. 

Dovrò imparare a sopravvivere alle mie promesse mancate, rassegnarmi a giocare con la mano di carte che ho, finalmente arrendermi a soluzioni non originali, forse. O più probabilmente, se mi cercherete, sarò a letto sperando di consumare nel sonno questi "giorni di gloria".

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Glory Days - Pulp

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venerdì, luglio 19, 2019

Dolor y gloria

Non mi succedeva da anni, forse non mi era davvero mai successo, di guardare un film e continuare a pensarci quotidianamente a distanza di due mesi.

Confesso: sono un'almodovariana ortodossa e di stretta osservanza. Amo Pedro. Lo sento simile a me per gusti, sensibilità, ossessioni, estetica. Anche nelle sue pellicole che giudico meno riuscite c'è sempre qualcosa che mi colpisce e mai ne ho trovata una che abbia interamente detestato.

Amo l'Almodóvar iconoclasta, eccessivo e kitsch degli anni '80 e quello dei melodrammi a cavallo tra la fine dei '90 e l'inizio degli anni 2000. Lo adoro quando scompagina tutto e tira fuori il film che non ti aspetteresti. Matador. La Pelle che Abito. Impazzisco per la sua capacità di esplorare la complessità psichica degli esseri umani, quell'intreccio inestricabile di pregi e difetti, successi e miserie, "normalità" e "patologia", disperazione e vitalità, freddezza e passioni sfrenate, inibizione e desiderio. Apprezzo che non provi a estorcerti né le risate né le lacrime, che non sovraccarichi mai le atmosfere per preparare quello che sarebbe in fin dei conti uno scippo, ma che lasci allo spettatore la libertà di ridere o piangere spontaneamente, se crede, senza manipolarlo. Resto senza parole davanti al suo modo di dirigere gli attori. E, prima ancora, di sceglierli: ogni volta così azzeccati, che non riusciresti a immaginare nessun altro al loro posto in un determinato ruolo. 

Nonostante gli anni di frequentazione e venerazione, tuttavia, non ero preparata a Dolor y Gloria. Che fosse un film intimo e personale lo sapevo, questo sì. Ma non mi aspettavo fosse intimo e personale a tal punto anche per lo spettatore. Non immaginavo di essere chiamata in prima persona a riflettere sulle cose rimaste in sospeso nella mia vita, sugli amori salutati senza che fossero esauriti, sulle ferite per la mancata accettazione della propria alterità da parte di chi dovrebbe accettarci e apprezzarci per ciò che siamo, completamente e senza giudizi. Non pensavo mi si chiedesse di interrogarmi sull'importanza della ri-elaborazione della memoria, come strumento di riappacificazione col passato e liberazione dalle zavorre emotive che asfissiano. Non mi aspettavo di capire con tanta nettezza che la cura migliore, dopo tanti anni, è quella di lasciare andare, ritrovare qualcuno solo per dirgli addio definitivamente e compiutamente. Superare le cose per trasfigurarle attraverso l'atto creativo, affinché né il bene né il male siano stati invano e al tempo stesso non diventino catene. 

Antonio Banderas alias Salvador Mallo in Dolor y Gloria
E tutto questo visto e vissuto in maniera sublime nel corpo e nel volto della creatura almodovariana per eccellenza: il mio amatissimo Antonio Banderas. Che magari per i più sarà solo Zorro, il Gatto con gli stivali o il mugnaio della pubblicità che parla con la gallina Rosita, ma che per me sarà sempre Sadeq, Ángel, Antonio, Carlos, Ricky, Robert, León. E Salvador.

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Cracking codes - Andrew Bird

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giovedì, luglio 11, 2019

Catartica

La bellezza è sempre la cura migliore. L'esorcismo perfetto. La sublimazione precisa, chirurgica, di voragini interiori note e sconosciute. L'arte come terapia, tenaglia, trampolino. Vertigine che sutura, spezza le catene che atterrano, restituisce la possibilità del volo. 

Così le parole più care e preziose le ho trovate nei libri. Gli sguardi più sconvolgenti e i gesti più commoventi su uno schermo. Le verità più ineffabili su una tela. Le emozioni più squassanti nella musica.

La bellezza mi ha insegnato tutto quello che so su di me, tutto quello che so sugli altri, tutto quello che so sul mondo. La comprensione che avrei voluto, quella che ho sempre cercato, l'ho trovata nelle creazioni di estranei che, chissà come, sapevano capire e parlare a me, trafiggermi con l'intimità che tessevano tra noi. I momenti più indimenticabili della vita li devo tutti all'arte.
Mi ha dato tante gioie per sempre, parafrasando il poeta, e riconciliazioni, malinconie, tristezze, estasi, tormenti, desideri. Mi ha permesso di sottrarmi al circolo vizioso del nascere, crescere, lavorare, riprodursi, consumare, consumare, consumare, consumare sempre, consumare più che si può e poi crepare ed è per questo che un tale carosello per me è del tutto privo di interesse. Ma come si fa a spiegarlo a chi conosce solo felicità spicciole?

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giovedì, aprile 04, 2019

Cosa resta di te? Frainteso e interpretato, ti ho mai conosciuto? In tutti questi anni sei stato un luogo in cui tornare. Ma non sei un luogo. E non siamo mai tornati. Un'ebbrezza così, se la si prova, non la si vuole dimenticare. Meglio illudersi di non essersi mai davvero riavuti dalla sbornia di tanta abbondanza imbandita solo per noi. Meglio credere che ancora tutto sia lì apparecchiato, che basti la svolta giusta del destino per potersi finalmente sedere a tavola. Poco importa se, quando il tempo era quello giusto, si declinò con sgarbo l'invito. 

A ripensarci adesso tutto sembra così ridicolo. Le lacrime, i batticuori, le gioie fugaci e le tristezze indolenti. Quel mio volere senza cercare. Quel tuo ostinato non farti trovare.

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venerdì, aprile 06, 2018

"Ho deciso a malincuore di non essere il migliore perché il migliore lo possiate fare voi..."

Se il prezzo da pagare per conquistare e mantenere una posizione di vantaggio è la perdita dell'innocenza, se per salire su un piedistallo bisogna avere il cuore asettico come una camera operatoria, se per soddisfare il proprio ego occorre offrirgli in oblazione la sofferenza e l'annientamento di un altro, prego di essere e restare per sempre inferiore. 

La provocazione, il dispetto, la manipolazione, l'abuso psicologico possono disumanizzare o rendere migliori. Sta a ciascuno scegliere se aggiungere il proprio nome alla lista dei carnefici, facendo ripagare a qualcuno di più "debole" i torti subiti, innescando una spirale di degradazione, oppure fare del dolore un'occasione di esplorazione di sé stessi, un viaggio alla scoperta delle proprie ferite interiori affinché possano essere conosciute, accettate e rimarginate e nessuno possa più farle sanguinare. Si può decidere di abbracciare la propria vulnerabilità, praticare l'umiltà, non rinunciare all'empatia, alla compassione e al perdono e apprendere la lezione anche delle giornate più nere. Invece di scavare, si può scegliere di assumersi la responsabilità della propria esistenza, di sollevarsi, di diventare una versione più elevata di sé, di coltivare l'amore per la vita, per l'umanità e per se stessi. Si può resistere alla tentazione di diventare a propria volta un sasso o un buco nero, di parlare solo per ferire, di portare rancore, di desiderare l'annientamento del prossimo. Si può lottare perché la propria luce non si offuschi, ma continui a splendere, e nessuno possa scalfire il nocciolo della propria verità e della propria serenità. Si può riemergere e andare avanti, portare frutto e invecchiare con saggezza.

Inspiro. Espiro. Inspiro. Espiro. Inspiro. Espiro.

Vi lascio ogni premio, medaglia e primo posto. Preferisco essere una sguattera in Paradiso che la regina dell'Inferno. L'unica gara che abbia senso è quella per imparare a vivere bene e abbiamo un solo tentativo per vincerla.

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giovedì, ottobre 26, 2017

Se c'è una cosa della quale mi sono convinta a questo punto, è la necessità di raccontarsi. Finché si è in tempo, bisogna fornire la propria versione, perché - nonostante nessuno possa avere una visione oggettiva e obiettiva di se stesso - non si può lasciare che la propria storia, il proprio spirito, i propri sogni e desideri, i propri difetti e i propri tormenti sopravvivano solo in memorie apocrife. Nessun essere umano potrebbe affermare con assoluta certezza di essere questo o quello. Eppure nulla attribuisce all'occhio esterno una maggiore perspicacia nel tracciare i contorni di un'esistenza, della sua essenza fatta di bagliori sfavillanti e di deludenti miserie. C'è sempre qualcosa che parla di noi stessi nel modo in cui misuriamo e raccontiamo gli altri. Peggio, c'è spesso più di noi stessi che di loro nei nostri giudizi e punti di vista. 

Ciò che è un enigma per l'individuo, come può essere una verità incontrovertibile per l'altro? Tanto più se sotto la lente d'ingrandimento finisce un essere umano particolarmente sfuggente, riservato e restio a svelare se stesso. Con quali criteri si può cucire un abito addosso a chi non ti lascia prendere le misure? Come si può credere che possa calzare a pennello?

Pur ammettendo che la nostra personale versione non sia la migliore possibile, occorre altresì raccontarla, anche solo perché possa essere interpolata nella narrativa altrui. Delle decine (centinaia!) di esseri umani che siamo per gli altri, nessuno di per sé è fedele a noi stessi e, per quanto poco possiamo conoscerci, sappiamo più di quanto riesca a cogliere lo sguardo esterno. Lasciare la nostra verità esclusivamente nelle mani altrui, dunque, è un onore che non possiamo concedere. Per lo meno, non a cuor leggero.

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domenica, settembre 17, 2017

Guardo vecchi film in bianco e nero. E leggo Steve Erickson. Ascolto incisioni de Lo Zoo di Vetro di oltre mezzo secolo fa. E non dormo. E, se dormo, dormo un sonno senza sogni o popolato da figure del mio passato remoto con le quali credevo di aver ormai chiuso tutti i conti. In entrambi i casi, è un sonno senza requie.

È un tempo tenacemente immobile. Nonostante il trascorrere delle ore e dei giorni, nulla procede, tutto si ripete con snervante monotonia. Il divenire pare cristallizzato in attesa di risposte, impossibili, perché le domande sono quelle sbagliate. No, non è questo! Le domande sono semplicemente inadeguate, perché troppo timide. Provo a indovinare cosa ci sia al fondo del burrone, restando a 100 metri dal precipizio. Cosa spero di intuire da qui? Ho paura di sanguinare, temo di aprire brecce che non potranno mai rimarginarsi e rimango a metà strada. La posizione peggiore che si possa mantenere. L'unico antidoto che ho, il solo che conosca, è guardare le ferite di chi, prima di me, ha esposto la propria carne pulsante agli occhi del mondo, sperando di apprendere qualcosa per assimilazione. Ma ogni volta a galleggiare in superficie non sono le risposte, bensì ulteriori quesiti.

Mi sento più vicina a personaggi mai conosciuti - più commossa dai loro drammi, più partecipe delle loro sofferenze, più affine alla loro visione e alle loro caratteristiche - di quanto non mi senta attirata dall'umanità che incontro ogni giorno. Mi chiedo se sia un segno di totale mancanza di compassione oppure se sia una testimonianza di suprema empatia, questo essere capaci di soffrire retrospettivamente, sentire il bisogno di proteggere quello che non solo è già rotto, ma addirittura già decomposto. 

Riesco a perdonare il passato e sono spietata con il presente, attanagliata da una cecità rabbiosa che impedisce qualsiasi distanza e lucidità di giudizio. Non capisco se sia bene o male questa perseveranza ferma e disperata. Se sia la nobile difesa di qualcosa da custodire o un arroccamento stolido e cocciuto. Gli altri e la vita stessa hanno un peso per lo meno pari al nostro nel forgiare ciò che siamo, perché la mitologia che ci circonda e l'essenza che custodiamo ci rappresentano entrambe fedelmente, sebbene su piani diversi. Io lo so, lo so con una certezza desolante, eppure non riesco ad arrendermi.

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