giovedì, ottobre 26, 2017

Se c'è una cosa della quale mi sono convinta a questo punto, è la necessità di raccontarsi. Finché si è in tempo, bisogna fornire la propria versione, perché - nonostante nessuno possa avere una visione oggettiva e obiettiva di se stesso - non si può lasciare che la propria storia, il proprio spirito, i propri sogni e desideri, i propri difetti e i propri tormenti sopravvivano solo in memorie apocrife. Nessun essere umano potrebbe affermare con assoluta certezza di essere questo o quello. Eppure nulla attribuisce all'occhio esterno una maggiore perspicacia nel tracciare i contorni di un'esistenza, della sua essenza fatta di bagliori sfavillanti e di deludenti miserie. C'è sempre qualcosa che parla di noi stessi nel modo in cui misuriamo e raccontiamo gli altri. Peggio, c'è spesso più di noi stessi che di loro nei nostri giudizi e punti di vista. 

Ciò che è un enigma per l'individuo, come può essere una verità incontrovertibile per l'altro? Tanto più se sotto la lente d'ingrandimento finisce un essere umano particolarmente sfuggente, riservato e restio a svelare se stesso. Con quali criteri si può cucire un abito addosso a chi non ti lascia prendere le misure? Come si può credere che possa calzare a pennello?

Pur ammettendo che la nostra personale versione non sia la migliore possibile, occorre altresì raccontarla, anche solo perché possa essere interpolata nella narrativa altrui. Delle decine (centinaia!) di esseri umani che siamo per gli altri, nessuno di per sé è fedele a noi stessi e, per quanto poco possiamo conoscerci, sappiamo più di quanto riesca a cogliere lo sguardo esterno. Lasciare la nostra verità esclusivamente nelle mai altrui, dunque, è un onore che non possiamo concedere. Per lo meno, non a cuor leggero.

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domenica, settembre 17, 2017

Guardo vecchi film in bianco e nero. E leggo Steve Erickson. Ascolto incisioni de Lo Zoo di Vetro di oltre mezzo secolo fa. E non dormo. E, se dormo, dormo un sonno senza sogni o popolato da figure del mio passato remoto con le quali credevo di aver ormai chiuso tutti i conti. In entrambi i casi, è un sonno senza requie.

È un tempo tenacemente immobile. Nonostante il trascorrere delle ore e dei giorni, nulla procede, tutto si ripete con snervante monotonia. Il divenire pare cristallizzato in attesa di risposte, impossibili, perché le domande sono quelle sbagliate. No, non è questo! Le domande sono semplicemente inadeguate, perché troppo timide. Provo a indovinare cosa ci sia al fondo del burrone, restando a 100 metri dal precipizio. Cosa spero di intuire da qui? Ho paura di sanguinare, temo di aprire brecce che non potranno mai rimarginarsi e rimango a metà strada. La posizione peggiore che si possa mantenere. L'unico antidoto che ho, il solo che conosca, è guardare le ferite di chi, prima di me, ha esposto la propria carne pulsante agli occhi del mondo, sperando di apprendere qualcosa per assimilazione. Ma ogni volta a galleggiare in superficie non sono le risposte, bensì ulteriori quesiti.

Mi sento più vicina a personaggi mai conosciuti - più commossa dai loro drammi, più partecipe delle loro sofferenze, più affine alla loro visione e alle loro caratteristiche - di quanto non mi senta attirata dall'umanità che incontro ogni giorno. Mi chiedo se sia un segno di totale mancanza di compassione oppure se sia una testimonianza di suprema empatia, questo essere capaci di soffrire retrospettivamente, sentire il bisogno di proteggere quello che non solo è già rotto, ma addirittura già decomposto. 

Riesco a perdonare il passato e sono spietata con il presente, attanagliata da una cecità rabbiosa che impedisce qualsiasi distanza e lucidità di giudizio. Non capisco se sia bene o male questa perseveranza ferma e disperata. Se sia la nobile difesa di qualcosa da custodire o un arroccamento stolido e cocciuto. Gli altri e la vita stessa hanno un peso per lo meno pari al nostro nel forgiare ciò che siamo, perché la mitologia che ci circonda e l'essenza che custodiamo ci rappresentano entrambe fedelmente, sebbene su piani diversi. Io lo so, lo so con una certezza desolante, eppure non riesco ad arrendermi.

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giovedì, settembre 14, 2017

Ragionando su Montgomery Clift

Ci sono attori di buon livello che piacciono a tutti. Hanno un'aria affascinante, indossano i loro personaggi con totale, sfrontata sicurezza e li rendono memorabili. Li guardi e vorresti essere come loro o, per lo meno, essere loro amico. Poi ci sono i mostri sacri. Quelli che divorano le inquadrature con la loro presenza scenica ingombrante - nell'accezione più positiva del termine - e carismatica, inimitabili nei gesti, nella voce, nel modo di scandire e ritmare i dialoghi. Se ci sono loro, tutti gli altri impallidiscono, si rimpiccioliscono, diventano quasi delle comparse, utili solo in funzione della performance del vero padrone della situazione.

E poi c'è Montgomery Clift

Clift è stato un unicum nella storia del cinema. Ad oggi, e sono già passati quasi 97 anni dalla sua nascita e ben 51 dalla sua morte, nessuno ha mai più portato sullo schermo una nudità così totale e vulnerabile, quasi disturbante nell'impudicizia di mostrarsi senza il velo di alcun artificio istrionico, che la rendesse teatrale, quindi di per sé distante, smorzando la carica minacciosa dei mille interrogativi che presentava allo spettatore non solo sul personaggio, ma anche sull'interprete che gli offriva volto e corpo e, in definitiva, soprattutto su se stesso. Grazie a una solida tecnica, forgiata in oltre un decennio passato a calcare i palcoscenici di Broadway con le migliori compagnie dell'epoca, a una sensibilità rara, a un'intelligenza acuta, a una cultura vasta e a un enorme talento naturale, Montgomery Clift più che un attore era una ferita sempre aperta e sanguinante, che tuttavia mai suppurava. Un buco nero di emotività imbrigliata in un contegno sovrumano, che impediva cedimenti gigioneschi e innecessarie prolissità verbali. Una pentola in pieno bollore, eppure senza alcuno sfiato.

Da questa fortunatissima alchimia è nata una recitazione in cui il silenzio è addirittura più eloquente delle parole e fuggevoli increspature del volto suggeriscono i moti interiori del personaggio meglio di pagine e pagine di copione. Una recitazione basata sull'accumulazione di piccolissimi dettagli, quasi impercettibili a volte, nella quale la grazia di un gesto solo apparentemente casuale, evita la trappola della mitizzazione del personaggio e lo rende umano, comune, reale. Vivo e vicino, come qualcuno che potresti incontrare per strada.
Clift ha portato sul grande schermo per la prima volta - anni prima di Brando, che pure è considerato l'apripista ed è di gran lunga più comunemente osannato e ricordato - un nuovo modo di interpretare i personaggi, un modo moderno, che prevedeva l'immersione nell'altro, al punto da non riconoscere più i confini tra questi e sé. Era questo a conferirgli una naturalezza sconosciuta ai Gable, ai Grant, ai Cooper e a tutti i divi della generazione precedente. I quali, in fin dei conti, ci regalavano varie versioni, solo leggermente diverse le une dalle altre, dell'immagine che Hollywood aveva cucito loro addosso.

Eppure, ridurre Montgomery Clift solo alla naturalezza e all'asciuttezza straordinarie delle sue interpretazioni sarebbe fargli un torto enorme. Sono i suoi occhi la vera chiave di tutto. Occhi capaci di illuminarsi e adombrarsi, svelare segreti, ansie e fragilità con elegante, delicata poesia. Nei primi piani quegli occhi letteralmente fagocitano il resto del volto e sembrano conquistare ogni millimetro dell'inquadratura, facendosi ancora più grandi di quanto non fossero già. Ipnotizzano. Pare che riescano contemporaneamente a guardare te e al di là di te.

Non sorprende che sia difficile capire la grandezza di Clift, mentre è facile intuire quella di Brando. Che Brando fosse speciale lo si percepisce subito, perché lui fa di tutto per mostrartelo. Anche nelle sue migliori interpretazioni, c'è sempre qualcosa che straripa, c'è sempre il piede sull'acceleratore. Che Clift fosse speciale, invece, se non si guarda attentamente, nemmeno lo si nota, tanto è contenuta e minimale la recitazione. Ma in questa tela, solo apparentemente bianca, si stagliano minuscoli puntini, dettagli quasi impercettibili che fanno il personaggio tridimensionale, e lacerazioni che ci fanno improvvisamente sbirciare fin dentro la sua anima. Che ci si offre ambigua e tormentata, come quella di tutti noi. Dandoci quasi un senso di vertigine nel riconoscimento delle tante forze contrastanti che la tirano ora da una parte ora dall'altra, o magari contemporaneamente in più direzioni, proprio come ciascuno di noi ha sperimentato almeno una volta sulla propria pelle.

Se la si riesce a cogliere, questa qualità è ciò che fa sì che Montgomery Clift diventi una sorta di magnifica ossessione e vada a occupare nel proprio immaginario una posizione a parte rispetto a ogni altro attore. Sprazzi della grandezza di Clift si sono visti nel Daniel Day-Lewis del periodo pre Gangs of New York e traspaiono in tutte le migliori interpretazioni di Joaquin Phoenix e Billy Bob Thornton, così come in passato si sono potuti intuire in altri interpreti molto dotati. Ma la magia originale resta irripetibile e insuperata.

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venerdì, luglio 21, 2017

Scrivere è la cura.
Non c'è bisogno di attendere, di spasimare per un'idea che non arriva. Le parole sono un gioco da giocare anche senza ispirazione, perché l'ispirazione non è un frammento che turbina nel vento, né un lampo fugace. L'ispirazione è un processo.

La chiave di tutto è avere l'umiltà necessaria per accettare che questo processo diventi routine, che lo straordinario non possa venire da nient'altro, se non da ciò che è banalmente ordinario. Accogliere la propria normalità come un dono, non come un fardello, e farla fruttare. 

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venerdì, giugno 09, 2017

È stupefacente come, a volte, ciò che temiamo possa distruggerci, in realtà ci liberi. Gli eventi ai quali guardiamo con paura, sperando che mai e poi mai accadano, quando effettivamente si verificano in alcuni casi regalano un senso di sollievo. Credevamo di non poter sopravvivere, invece siamo qui e stiamo meglio di quanto pensassimo. 

È l'effetto del "lasciare andare". Perdere qualcosa, rinunciare, abbandonare sono tutte forma di cambiamento. E il cambiamento libera dai cascami del passato, che - perfino quando sono memorie felici - ci ancorano, ci congelano in un tempo soggettivo sospeso, mentre il tempo oggettivo scappa e noi non facciamo nulla affinché non sia invano. 

Quando le nostre paure si concretizzano, ci alleggeriamo da un peso. Il peggio è arrivato, ma il tempo non si è fermato, la vita non è finita. Ci siamo. Ci siamo ancora. 

Listening to: 
Slow show - The National

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martedì, novembre 08, 2016

La perdita che duole di più è quella di ciò che non si è avuto mai. Il rimpianto che si mescola al rimorso è la nostalgia nel suo abito più adatto, nella sua manifestazione più pura. Una malinconia del passato, del presente e del futuro in un eterno atemporale nel quale l'errore è sempre attuale e comunque sempre distante, dunque irreparabile. Un'assenza che, come dice il poeta, è per questo presenza più acuta, con i suoi fili che non si troncano. Si attorcigliano, s'ingarbugliano, ma non si spezzano, né mai si potrebbe desiderare che fosse diversamente, perché quello spazio rimasto vacante è un vuoto che riempie ed è il sigillo della propria identità più di quanto non lo sia il proprio volto.

martedì, giugno 14, 2016

I'm going home

Writing in a foreign language it's such a refreshing act: it gives you some sort of much needed virginity and prevents you from pomposity. It's a challenge and a tough one, for - as much as you mastered your skills - you'll never feel fully confident. Yet it's also liberating, like a free ride in someone else's shoes. 
Sometimes I like to diverge from my usual path, in order to clear my mind up, but eventually the fascination of my own mother tongue overflows and I cannot do anything but going back. Because foreign words are just letters and syllables, they hold no scent and no colour. They can be appropriate and distinct, but still devoid of memories. They don't shine or bleed and they definitely don't cure.

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giovedì, giugno 02, 2016

"Do I really understand the undernetting?"

June is here, again. I've always loved June, the fairest of the months, the one that makes promises which will be up to the following ones to keep. June just hints, July lays the groundwork, August builds and then September usually spoils it all. But the things that June lets you envision, the life it inspires, those hopes and those dreams are worth, as long as they last. Even the scars you end up with when it's all over, when autumn takes over, are worthwhile. You learn to love them, you cherish them, those milestones of yours.

Listening to:
The fairest of the seasons - Nico

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mercoledì, maggio 25, 2016

If you possess something shimmering, it is such a pity not to let it sparkle. Some gifts are rare, they should be displayed all the way. Every time it happens, it pains me to see a squander of talent. I wish I had that and I don't and I look up to people who have it and it makes me sad when they give up on their struggle to let it bloom or are forced to do so by any circumstances. 

Art for art's sake. Such a wise and healthy proposition. Yet sometimes life takes over and it all goes to waste and I find myself in tears over someone I don't even know and I find myself praying for a flip of the script. Because I need to be sure that there is something which is above average and cannot be contained, I need to believe that there is some grace, I need to hope that I will see its twinkling again.

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venerdì, maggio 06, 2016

Back to basics

Ci sono cose che si sanno, che si dà per scontato di conoscere. Poi, ci sono ignoranze improvvise, inaspettate, che confondono le idee e fanno dubitare di se stessi. Come se ci si sentisse a proprio agio con il calcolo differenziale e si scoprisse d'un tratto di avere difficoltà con l'aritmetica. Puoi riuscire a prevedere il comportamento di una funzione, ma inizi a dubitare della matematica che si conta sulle dita delle mani e quando non puoi fare affidamento su quello che è lì, che si può vedere facilmente, crolla tutto il castello.

Capita di credere di essere andati avanti, di aver percorso tappe di un itinerario, ma quel momento di balckout, quella confusione, sono là a ricordare oscenamente che ci si è mossi tenendo ben saldo sul terreno un piede a fare da perno. Si è finiti col girare su se stessi in una monotona marcia che ha portato con sé solo l'illusione di aver compiuto qualsivoglia progresso. Eppure, questa consapevolezza non è corrosiva come una sconfitta, dà piuttosto una strana sensazione di sollievo, come se si fosse finalmente certi di quale sia il punto da dove ripartire, di quale sia lo strato più intimo della propria matrioska interiore, quello che custodisce ciò che solo a prima vista può sembrare una lacuna.

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venerdì, aprile 15, 2016

Ho scelto l'inizio

Il sole è un invito, un pungolo che non si può ignorare. Ricaccia il buio negli angoli e a queste latitudini investe ogni cosa con un'esuberanza adolescente che, a ben pensarci, quasi commuove. E se, per una volta, si provasse a fare altrettanto? A travolgere tutto come un bulldozer, senza timori, senza reverenze? Girare lo sguardo, tenere gli occhi alti e fissi in avanti. Pensare a se stessi col segno più e non con quello meno, scommettendo sulla propria testa, anche se paga uno a mille. Stracciare tutte le previsioni appuntateci addosso da altri, avere il coraggio di fallire, fallire di più, fallire meglio, perché solo un cammino accidentato conduce alle stelle. Darsi un'opportunità, senza soppesarsi prima, senza valutare se si sia all'altezza o meno, perché se non si è abbastanza lo si diventerà, con ostinazione, lo si diventerà.

Listening to:
Cose semplici e banali - Afterhours

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mercoledì, aprile 06, 2016

Scrivo e cancello. Scrivo e cancello. Come le onde sulla sabbia del mare. Scrivo e cancello, perché la voglia non mi manca ma la crudeltà mi fa difetto. Questo non mi rende migliore, sono stata anch'io crudele e sconsiderata: ciascuno fa del male a volte, come dice la canzone. Non importa se in buona o cattiva fede, il dolore è sempre dolore e il resto sono inutili giustificazioni buone solo per ripulirsi la coscienza. La penitenza è l'unica che può sbiancare certe macchie. Così rinuncio e cancello e questo è uno dei miei modi per espiare.

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martedì, aprile 05, 2016

Esperimenti

C'è chi scrive per cauterizzare le ferite e chi per riaprirle. Solo per sentirle ancora una volta bruciare, per essere sicuro che siano ancora lì, infette come vorrebbe rimanessero per sempre. Ogni taglio è una pietra miliare: chi è bravo a trasformare lo squarcio in cicatrice, può dire di aver compiuto un percorso. Chi vede - e si compiace - il sangue che affiora ancora, è sempre inchiodato al solito posto e il resto si muove attorno a lui come lo scenario a manovella di un film anni '30. 

Che assurda perversione! Tuttavia a volte non esiste nulla di più piacevole di scavarsi le carni con una forchetta dai rebbi ben appuntiti. Si tratta di mettersi alla prova, di testare le proprie sensazioni: se provoca ancora dolore, importa ancora; in caso contrario è solo un'altra cianfrusaglia emotiva e lo scorno nello scoprirlo rischia di essere asfissiante.

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lunedì, marzo 14, 2016

For(n)evermore

"[...]È il passato 
non è la morte
che mi fa paura
è il passato
che è più funebre e più funesto
del buio di una bara
è il passato che mi dilania
questo essere stati
senza possibilità di ripetersi
di dirgli una parola.[...]"

Scegliere. Aprire una porta oppure un'altra. Trovarsi a un bivio e doversi orientare verso una delle due direzioni. L'opzione di fermarsi non è data, per lo meno non ad libitum. Sono le nostre scelte a definirci, a condannarci o esaltarci. La nostra intera esistenza, quello che alcuni chiamano destino, è frutto della nostra discrezionalità. Il caso è solo un attore appartato nel retropalco. Abbiamo tra le mani il nostro gomitolo, possiamo tesserlo a piacimento, secondo la trama che più ci aggrada. Libertà inebriante e crudele, che ci rende responsabili in toto di ogni successo e di ogni fallimento, addossandoci onori e colpe che non possiamo scrollarci di dosso, come medaglie e cicatrici appuntate sulla carne viva.

Il passato ci bracca. Perché ho fatto questo? Perché non l'ho fatto? È un gatto nascosto in un angolo buio, che ci osserva pronto a sferrare l'agguato nel momento in cui saremo più indifesi. La responsabilità ci costringe a fare i conti con quello che è stato. Niente doveva andare in un certo modo, tutto poteva essere altrimenti. Ed era in nostro potere decidere.

"[...]e tu giochi a nasconderti
non ti fai trovare,
sembriamo
due strani innamorati
ma io ti sento
qui alle mie spalle,
a volte mi sento toccare.

 

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martedì, marzo 08, 2016

Anche nelle mattine grigie in cui l'assenza di vento non pungola le nuvole, che restano mollemente distese a fare da coperta al sole. O nei pomeriggi di afa, nei quali l'asfalto regala miraggi a buon mercato. O nelle notti senza luna, in cui il buio è spesso come un muro e risveglia solitudini e paure ancestrali. Anche allora il tempo passa, inarrestabile. Un'ora dura sempre sessanta minuti, un minuto sempre sessanta secondi.

L'ineluttabilità del divenire è una certezza precisa come un'incisione chirurgica fatta da mano ferma ed esperta. Una certezza disperante e consolante insieme. Nessun momento felice durerà per sempre ma neppure il dolore è permanente, solo il ricordo può tentare di allungarsi, di stirarsi verso il futuro, di trascendere perfino la vita del singolo e abitare altre vite. 

Il ricordo partecipa dell'infinito ed è questo a farne al contempo redine e trampolino.

Listening to:
Blue in green - Miles Davis

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