venerdì, dicembre 07, 2007

Il male minore

Una mattina esci di casa convinta che fuori tutto debba essere diverso: che il respiro della città debba aver cambiato ritmo, che i semafori debbano aver smesso di funzionare, che le persone debbano mostrare nuovi volti. Ti aspetti che il cielo sia ancora più grigio e che la città sia stata sventrata da una lama di dolore e aspetti di incontrare la voragine sanguinante che ne è il risultato. Ma cammini e non si intravede niente. Passi per via Po e pensi a quanto accaduto la notte precedente non troppo distante dai suoi portici eleganti e sembra impossibile che esista, così vicino a tutto quello, una realtà tanto diversa con capannoni ed operai chini sul proprio lavoro. E invece, l'industria è anche lì, quasi nel nocciolo della città, a pochi chilometri dalle vetrine luminose e dall'Università, dai locali di piazza Vittorio, dai dehors coi tavolini. E' quel tipo di industria che una volta si definiva "pesante" e che era molto redditizia, ma che adesso, almeno qui a Torino, è ridotta a brandelli e avviata alla dismissione. Fiat ha delocalizzato e anche l'acciaieria non ha più ragion d'essere, così in pochi anni la forza lavoro è stata dimezzata, mentre di pari passo la zona diventava sempre più densamente popolata. Tra gli operai che sono rimasti la maggior parte sono giovani, quasi tutti sui trent'anni, che fanno turni lunghissimi e lavorano anche di notte mentre i loro coetanei sono ai Murazzi o al Quadrilatero a divertirsi.
La città, tutta presa dalla sua smania di divincolarsi dall'identità industriale che l'ha sempre caratterizzata, vive come se questi ragazzi non esistessero. Pensa alle sue mostre, al suo festival del cinema, alle sue "luci d'artista" e fa finta che quei capannoni siano distanti milioni di chilometri e non dietro l'angolo. La città si è dimenticata. Torino non è più la "patria" degli operai e, potendo scegliere, preferisce albergare signore in cappotto di cachemire e colletti bianchi. Delle tute blu nessuno ne parla, come non si parlerebbe in pubblico delle proprie funzioni fisiologiche. Ormai sono solo un'appendice sgradita che si spera di poter rimuovere quanto prima.
Ma poi ci sono delle mattine nelle quali il telegiornale ti sbatte in faccia la realtà: Torino è ancora, seppur in misura assai minore, una città industriale. E bisogna che muoiano tre operai perché ci si ricordi di questo. E il comune si affanna ad emanare un comunicato per esprimere il proprio cordoglio e si promette il lutto cittadino e si annuncia che lunedì sera le "luci d'artista" resteranno spente. Lunedì, ma non oggi e neppure domani, né domenica. Oggi le luci erano sfacciatamente accese, e così sarà ancora per due giorni, perché domani è l'Immacolata e inizierà ufficialmente il periodo natalizio e la gente pensa già ai regali. E sarebbe triste, e forse economicamente controproducente, fare gli acquisti di Natale senza le luci. Non si può sacrificare il weekend e se proprio non si può fare a meno di dare un segno, beh, che sia di lunedì. Chi vuoi che esca a fare spese di lunedì?

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2 Comments:

Anonymous PAR3RG0N said...

anche se è passato del tempo da quando hai scritto, un commento lo voglio lasciare, dato che ho scoperto solo oggi questo post /
è davvero un peccato che articoli così abbiano poca risonanza, perchè descrivi con semplicità e rigore ma anche con tagliente efficacia, quello che accade - purtroppo non solo nella tua città /
un saluto /P

31 gennaio, 2008 18:39  
Blogger Maria (a.k.a. LaMusa) said...

Grazie.
Torino, però, non è la mia città, forse è anche per questo che riesco a "leggerla". Vorrei essere capace di vedere altrettanto spassionatamente e obiettivamente la mia Sicilia, ma lì entra in gioco l'amore e non c'è nulla da fare: il cuore rende ciechi, nel bene e nel male...

01 febbraio, 2008 00:08  

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