mercoledì, novembre 05, 2008

Good times for a change...

Per una volta lo si può dire: noi che viviamo questi tempi siamo davvero fortunati. Lo siamo perché a gennaio vedremo l'uomo del futuro insediarsi alla Casa Bianca. Si chiama Barack Hussein Obama ed è l'uomo del futuro non per il suo programma politico, che magari può sembrare innovativo negli USA, ma non è in grado di sconvolgere noi europei, avvezzi a posizioni decisamente più radicali sul tema dell'interazione tra Stato e privati in materia di economia e sanità. La ragione per cui il nuovo Presidente degli Stati Uniti incarna il progresso è di tutt'altra natura. In un mondo in cui i confini sono sempre più labili e la mobilità dei cittadini tra le nazioni sta toccando punte impensabili fino a poche decine di anni fa, il futuro è l'ibridazione, il meticciato.
Mentre in molte parti del mondo, inclusa l'Italia, imperversa la paura dell'altro, dello straniero, dell'extracomunitario, dell'immigrato, gli Stati Uniti eleggono come guida del Paese il figlio di uno di questi immigrati. Obama è l'uomo del futuro perché un giorno non ci sarà cittadino di uno Stato che potrà dire di non avere nemmeno una goccia di sangue straniero e bisogna che anche gli xenofobi più convinti ne prendano atto.

Listening to:

Please, please, please let me get what I want - The Smiths

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venerdì, agosto 22, 2008

Polaroid americane

Sarà colpa del jet lag, non so, ma ultimamente sono un po' confusa. Eppure sono tornata da quasi una settimana.
Dagli Stati Uniti mi sono portata un sacco di cose materiali e non. Dal Texas un raccapricciante vestito stampato di maglina comprato per disperazione e stringente necessità. E l'umidità più appiccicosa che si possa immaginare. Le emozioni della prima volta in vita mia in cui sono andata a cavallo e l'odore del pancake caldo con il ciuffetto di burro che si scioglie in cima. Il punch, i waffle e i fiori di bouganville. New York, poi, è stata una rivelazione anche se il caffè americano è una brodaglia disgustosa. La 5th Avenue è una lunghissima vetrina sul mondo: ci trovi qualunque cosa, qualunque negozio si possa immaginare. La Statua della Libertà ha lo stesso profilo di Paul Newman e non me ne ero mai accorta fino a quando non l'ho vista con i miei occhi. Il ponte di Brooklyn è pieno di cavi sospesi, come se l'avesse costruito Spiderman spruzzando le sue ragnatele. Al World Trade Centre c'è ancora la voragine dove una volta sorgevano le due torri: un immenso buco quadrato e spaventoso, attorniato da costruzioni altissime su tutti e quattro i lati. E mi sono resa conto che quel giorno di settembre deve davvero esserci stata una scena simile all'Apocalisse: fuoco e polvere e macerie e cadaveri. Fino a quando lo si vede in televisione non se ne ha piena consapevolezza.
Brodway e Times Square sono un turbinio di luci e di colori e cartelloni giganteschi. Non sai dove guardare prima e quando vedi la manona che regge l'insegna del museo delle cere pensi che sia il massimo, poi giri un po' lo sguardo e accanto c'è l'Odditorium, un posto che se avessi avuto 15 anni in meno avrei creduto essere la porta del Paese dei balocchi, o del Paradiso. Poi in una palazzina scalcinata c'è il teatro del Late Show with David Letterman, dove negli ultimi quindici anni è passato chiunque conti nel mondo dello spettacolo. Central Park è immenso e affascinante e sembra fuori dal tempo...
Ci vorrebbero ore ed ore per scrivere di ogni cosa che mi è rimasta nel cuore e impressa al fondo della retina: la caserma dei pompieri che è stata il quartier generale dei Ghostbusters, Tiffany con le vetrine in cui si specchiava Audrey Hepburn all'inizio del film, il Grand Central Terminal in cui si conclude Carlito's Way e, soprattutto, la casa dei Tenenbaum...sì, ho toccato il cancello sul quale Richie si arrampicava per rientrare a casa dopo il tentato suicidio!

E poi sappiate che ho comprato Armchair Apocrypha e Andrew Bird & The Misterious Production of Eggs per nutrire ancora di più la mia ossessione per il polistrumentista e cantautore di Chicago. Ormai mi ci vuole un esorcista...

Listening to:
Tables and chairs - Andrew Bird


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lunedì, dicembre 03, 2007

Puzzled

Nel suo libro English. Meaning and Culture (Oxford University Press, 2006), la linguista polacca Anna Wierzbicka asserisce che l'inglese - e più in generale la cultura dei paesi nei quali questa lingua è quella ufficiale (che lei definisce Anglo culture) - si discosta dalla maggior parte delle altre per quanto concerne l'uso dell'imperativo. In particolare, tale lingua avrebbe sviluppato tutta una serie di perifrasi per evitare di ricorrere a questo modo verbale. Secondo Wierzbicka, ciò rispecchierebbe un'attitudine tipica della cultura anglosassone al rispetto dell'autonomia e dei diritti dell'individuo, le cui radici sarebbero da rintracciare nell'opera di John Locke.
Alla luce di ciò, sorgono spontanee alcune domande: che fine fanno quest'enfasi e quest'attenzione nei confronti della libertà individuale al momento di colonizzare o bombardare un paese a caso sul planisfero? La signora Wierzbicka come spiega l'invasione dell'Iraq, la guerra in Vietnam e il colonialismo britannico? Ma, soprattutto, a Guantanamo gli agenti americani si servono o no l'imperativo per dare ordini ai prigionieri?


Listening to:
Speed of Sound - Coldplay

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