giovedì, febbraio 19, 2009

L'eleganza del riccio


"Stasera, ripensandoci, con il cuore e lo stomaco in subbuglio, mi dico che forse in fondo la vita è così: molta disperazione, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso. E' come se le note musicali creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai.
Sì, è proprio così, un
sempre nel mai.
Non preoccuparti, Renée, non mi suiciderò e non darò fuoco proprio a un bel niente.
Perché d'ora in poi, per te, andrò alla ricerca del sempre nel mai.
La bellezza, qui, in questo mondo."
(Muriel Barbery,
L'Eleganza del Riccio, pp. 318-319)

Queste ultime righe le ho lette con estrema fatica, cercando di interpretare i segni confusi che vedevo attraverso la spessa patina umida che ormai aveva rivestito i miei occhi e aspettava solo che arrivassi alla fine per potersi finalmente staccare e colare giù. Quindi ho richiuso il libro, l'ho stretto forte tra le mani gelate, mi sono raggomitolata su me stessa come un gatto e ho messo la testa sotto la coperta perché il mio pianto sommesso risultasse ancora più attutito e nessuno in casa potesse sentirlo. Tutti erano già a dormire e non mi piace disturbare. Ma, soprattutto, avrei detestato essere disturbata. Non sopporto che qualcuno mi interrompa quando mi abbandono ad una commozione autentica e non riesco a piangere "in pubblico".
Avvolta nel buio caldo della coperta mi è sembrato di sentire un rumore cadenzato, come di passi dentro il cervello, ma era solo il mio cuore che, traboccante d'emozione, si era messo a galoppare. Sono rimasta così per dieci minuti abbondanti, incapace perfino di pensare, inchiodata dalla sensazione rara e preziosa di aver letto qualcosa che raccontava allo stesso tempo
a me e di me. Pensavo di leggere un libro, invece stavo solo guardandomi allo specchio.

Listening to:
Il Paese è reale - Afterhours

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lunedì, dicembre 03, 2007

Puzzled

Nel suo libro English. Meaning and Culture (Oxford University Press, 2006), la linguista polacca Anna Wierzbicka asserisce che l'inglese - e più in generale la cultura dei paesi nei quali questa lingua è quella ufficiale (che lei definisce Anglo culture) - si discosta dalla maggior parte delle altre per quanto concerne l'uso dell'imperativo. In particolare, tale lingua avrebbe sviluppato tutta una serie di perifrasi per evitare di ricorrere a questo modo verbale. Secondo Wierzbicka, ciò rispecchierebbe un'attitudine tipica della cultura anglosassone al rispetto dell'autonomia e dei diritti dell'individuo, le cui radici sarebbero da rintracciare nell'opera di John Locke.
Alla luce di ciò, sorgono spontanee alcune domande: che fine fanno quest'enfasi e quest'attenzione nei confronti della libertà individuale al momento di colonizzare o bombardare un paese a caso sul planisfero? La signora Wierzbicka come spiega l'invasione dell'Iraq, la guerra in Vietnam e il colonialismo britannico? Ma, soprattutto, a Guantanamo gli agenti americani si servono o no l'imperativo per dare ordini ai prigionieri?


Listening to:
Speed of Sound - Coldplay

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sabato, settembre 22, 2007

Libri, parte II (adolescenza)

Il libro che segnò l'inizio della mia adolescenza fu Il Gattopardo, letto per motivi scolastici in terza media, e che nonostante l'imposizione amai moltissimo. Tutt'ora ne ricordo alcuni passi quasi a memoria. La figura di Don Fabrizio mi affascinò per il suo disincanto e la sua lucidità di analisi e quel sentore di decadenza così profondamente siciliano. A questa lettura ne seguirono molte altre, (con difficoltà riesco a rintracciare un periodo della mia vita dai sette anni in poi durante il quale non abbia letto nulla), ma non lessi più alcun romanzo davvero esaltante fino a che non mi imbattei in Isabel Allende. Divorai La Casa degli Spiriti in un giorno, non riuscivo a staccarmi dalle pagine, come se fossi in trance. E poi Il Piano Infinito, D'Amore e Ombra, Paula, Eva Luna. Piansi, risi, partecipai alle vicende di ogni personaggio e mi sentii infinitamente grata a quella donna minuta che mi somministrava tutto ciò e per di più a buon mercato. Quella prosa brulicante di sentimento e di ritmo, lussureggiante come la natura sudamericana, mi avvinceva e sconvolgeva. Imparai a sentire di più e più profondamente, la superficie non era più sufficiente e divenni avida di emozioni viscerali. L'incontro con Goethe ed I Dolori del Giovane Werther fu a quel punto più che naturale, quasi scontato. E altrettanto scontato fu che l'amassi così come l'amai: come solo una sedicenne irrazionale e sognatrice quale ero io avrebbe potuto fare. Mi sconvolse, letteralmente.
Un giorno, però, mi resi conto che pur leggendo molto, ad esclusione della Allende, ignoravo completamente il panorama letterario contemporaneo. I miei più preziosi alleati divennero allora "TuttoLibri" e le recensioni sul "Venerdì di Repubblica". Lessi Alan Bennet (La Cerimonia del Massaggio), Ishiguro (Un Pallido Orizzonte di Colline) e soprattutto Nick Hornby. Alta Fedeltà, fu il romanzo dei miei diciotto anni. Mi identificavo molto in Rob Fleming, mi piacevano i continui riferimenti musicali, fantasticare sul "Championship Vynil", le top five. L'ironia di Hornby mi conquistò. Mi piacque soprattutto la figura di Barry, il commesso dispotico e snob, che come facevo io a quel tempo conduceva una crociata contro i consumatori di musica banale.
Il resto è storia recente.

Listening to:
7 shades of black - The Smashing Pumpkins

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mercoledì, settembre 19, 2007

Io e Dot


Un periodo che comincia con la lettura di The Portable Dorothy Parker non preannuncia niente di buono. Immergermi subito in un mood cinico, agrodolce e malinconico non è il massimo per affrontare al meglio i mesi che mi aspettano. Anzi, non è la cosa migliore da fare neppure per andare serenamente incontro alla prima di una lunga serie di serate noiose, illuminate da una luce fioca e giallastra. Al momento ho solo due alternative possibili. La prima è Follia, che ho iniziato una vita fa ma non riesco - nonostante sia breve - a portare a termine. Troppo autocompiaciuto e poco coinvolgente, benché il soggetto si prestasse, (non la trama, però, che si snoda prevedibile e melensa come nella migliore tradizione dei romanzi rosa di quinta categoria), ma la scrittura distaccata e presuntuosa, come se McGrath si aspettasse un'ovazione alla fine di ogni periodo, me lo rendono a dir poco indigesto. Nel leggere mi sembra di averlo davanti: un uomo impettito che occhieggia dietro le lenti con l'espressione del primo della classe.
La seconda alternativa è Fight Club, che è bello e ben scritto. Palahniuk è un grande autore. Il problema è che l'ho letto e riletto (e ho visto più volte il film che ne è stato tratto) e lo conosco quasi a memoria. E presa da un impeto di rinnovamento mi sono lanciata su Dottie Parker, che non delude mai, anche se la sua angolazione non è la migliore per guardare il mondo con serenità. Sopravviverò a 603 pagine di malinconico cinismo e rassegnata ironia? Ai postumi l'ardua sentenza...

« I rasoi fanno male; i fiumi sono freddi;
l’acido macchia; i farmaci danno i crampi.
Le pistole sono illegali; i cappi cedono;
il gas fa schifo. Tanto vale vivere… »
(Dorothy Parker)



Listenig to:
A call to apathy - The Shins

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martedì, settembre 04, 2007

Einmal ist Keinmal...(?)

Pur attorniata da un manipolo di detrattori, continuo a sostenere con forza il valore de L'Insostenibile Leggerezza dell'Essere di Kundera. Perché è troppo comodo vederlo solo come un coacervo di oscenità. O un prodotto falsamente sperimentale ed autocompiaciuto. Signori, in questo romanzo c'è ben altro: c'è la storia, c'è la filosofia e c'è una riconsiderazione della letteratura. Avete presente Nietzsche e l'eterno ritorno? E Parmenide, con le sue teorie su leggerezza e pesantezza dell'essere? Ecco, è proprio di questo che si occupa Kundera e scrive il suo romanzo come se si trattasse di un eccentrico incrocio tra saggio filosofico, esperimento scientifico e narrazione. Egli prova a dimostrare la fondatezza della tesi di Parmenide, poi criticata da Nietzsche, secondo cui la leggerezza dell'essere - il disimpegno, poiché la vita è caduca - è preferibile al suo contrario. Ma lentamente, mentre procede nel proprio argomentare Kundera si accorge di una cosa: che questa vita privata di ogni responsabilità e impegno è un fantasma di vita, un abbozzo incompleto, una cosa tanto volatile da essere insignificante e che, dunque, la leggerezza spinta alle sue estreme conseguenze non è meravigliosa, bensì insostenibile.
E voi cosa scegliete? Di sopportare "il più pesante dei fardelli", o di volteggiare nell'etere?

Listening to:
Tereza and Tomas - Bright eyes

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