venerdì, febbraio 19, 2016

Il bilancio delle occasioni perdute

Se parli con un quindicenne di oggi anche solo di cinque anni fa, lui ti guarda come se gli stessi raccontando di un'era lontana. Dev'essere colpa dell'attuale velocità delle comunicazioni se i ragazzi nativi digitali vivono in un eterno presente. Per me è difficile perfino concepire che si possa farlo, non solo perché sono tenacemente attaccata ai miei ricordi e alle mie nostalgie fin da quando ero bambina, ma anche perché il passato mi è sempre servito per capire e ripartire. Non credo nella tabula rasa, nei colpi di spugna, nei ponti bruciati o tagliati, non credo soprattutto che pretendere di cancellare qualcosa possa essere un buon viatico per costruire qualcos'altro di nuovo. Ciò che è stato, per me, va ruminato, interiorizzato e superato, come in una sorta di dialettica interna. Così, se devo andare avanti, non posso che guardarmi indietro e contare i passi.

Da qualche tempo sfoglio le pagine di questo diario e rileggo nei commenti parole dimenticate, molte delle quali all'epoca fraintese. Soprattutto i pensieri senza autore, che un tempo mi turbarono, mi sembrano a volte come le frasi di un nume tutelare, di una presenza-assenza che in qualche modo vegliava su di me. Di congetture sull'identità del/dei commentatore/i segreto/i ne ho fatte molte. Quelle di allora, però, a ripensarci adesso mi sembrano così sbagliate e mi pento della durezza di certe reazioni. Risposi stizzita a parole affettuose solo perché ne equivocai la fonte e oggi, benché non possa attribuirle con certezza, ne comprendo pienamente la dolcezza. Com'ero giovane e presuntuosa! L'unica cosa bella dell'invecchiare è poter guardare gli eventi in prospettiva e, nonostante in alcune occasioni questo possa riaprire ferite, accorgersi che le cose desiderate forse si erano timidamente riaffacciate, ma per la troppa sfiducia ci si è passati accanto senza vederle. 

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Homesick - Kings of Convenience

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martedì, settembre 22, 2009

Stagioni

Pioviggina e l'aria si rinfresca un po'. Aspetto sempre impazientemente i pomeriggi brevissimi col buio che arriva già alle cinque e i tramonti che non hanno più il calore dell'estate e da rossi diventano ocra, e alle prime avvisaglie del loro imminente ritorno mi prende come una gioia nostalgica. Penso all'odore meraviglioso e indimenticabile del diario nuovo che di solito si inaugurava proprio in questi giorni, a quello delle caldarroste della donnina minuscola e bruttina che puntualissima si materializza tra via Garibaldi e piazza Castello e vi ci si installa fino a primavera inoltrata (tanto da far sorgere più di qualche dubbio sulla miracolosa longevità delle sue castagne), ai tappeti di foglie secche di via Giacomo Venezian e agli alberi di piazza Cairoli, punto di raccolta per gli uccelli migratori. Ah, l'autunno delle mele farinose e profumate e della prima coperta sul letto, della punta del naso che si raffredda e della tazza di tè fumante tutti i pomeriggi, dei libri letti avvoltolata nel plaid e dei primi vestiti pesanti! E quest'anno, quest'anno...

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Galapagos - The Smashing Pumpkins

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sabato, giugno 07, 2008

Dalle mie labbra

"Luce del mattino,
luce di un giorno strano,
pensavi d'esser perso
e cambiò il tuo destino..."


Ma quanto tempo è passato? Contando gli anni che ho è quasi metà della mia vita e a volte quando ci penso mi tremano le ginocchia. Era più o meno questo periodo ed io, che attraversavo il momento più cupo della mia esistenza, ero il peggiore stereotipo dell'adolescenza. Gli Afterhours anche allora, (proprio come in queste ultime settimane), monopolizzavano l'etere di una stagione estiva incipiente. "Non è per sempre" è stato il loro primo album che abbia ascoltato e in quel momento sembrava perfettamente appropriato. Mi sentivo tremendamente "avanti" perché nessuno di quelli che conoscevo sapeva chi fosse questa band milanese e appena possibile introducevo l'argomento per poter sciorinare la mia (scarsa) conoscenza. Con il passare dei giorni iniziava a farsi avanti una tiepida fiducia che veniva allevata da amici nuovi che trovavano interessante parlare con me ed io, che non avevo mai creduto potesse accadere che qualcuno avesse voglia di ascoltarmi, mi sentivo inebriata dalla gradita novità di questo stato di grazia.
Poi l'estate maturò un frutto strano che non fui in grado di comprendere né di gestire. Ho sbagliato tutto ciò che era umanamente possibile sbagliare, annebbiata da un'incredulità tenace e da una salda e paradossale timidezza socievole.

"...fare la cosa giusta,
essere razionali,
mentre ti gira la testa..."


Troppo difficile fare la cosa giusta quando non hai idea di quale sia e non vuoi consigli perché non sopporti che gli altri depredino qualcosa che è solo tuo. E nel frattempo sentire distintamente che puoi considerare la possibilità di smettere di accanirti contro te stessa con una violenza sfrenata perché quello strano frutto che non sai cogliere ed hai paura perfino di osservare, testimonia felicemente che non sei un pezzo malriuscito e da scartare. Che esisti ed occupi dello spazio e non è spazio sprecato e esistere non è una disgrazia. E con incommensurabile sorpresa scoprii che si può sperimentare la gioia di vivere anche quando hai ormai superato i dieci anni.

"...Non sarebbe bello
non farci più del male?
Non sarebbe eroico
non essere degli eroi?
Non sarebbe strano
essere più leggeri
e non aver paura
se capitasse a noi?..."

Sembrava che dopo tanto attendere quando pensavo ormai di andare via dal punto stabilito la vita avesse deciso di presentarsi all'appuntamento. Ma le sue domande vorticavano tanto velocemente che non riuscivo ad afferrarle e rispondere così su due piedi era al di sopra delle possibilità che mi dava una stima di me esigua e per di più neonata. Così, temendo che quello stato confusionale fosse dovuto esclusivamente al fatto di sentirmi estremamente lusingata, annegai quel curioso frutto in una pozza oscura di diniego e di sostenutezza ostentata per non fare vedere quanto fossi debole.

"Ho smesso di pensarti ormai,
ma faccio sogni strani..."

No, non ho smesso, non è vero. Ti penso e spesso, con affetto e malinconia e mi capita anche di sognarti. Sarà il mio inconscio che prova a far balenare dei messaggi alla mia coscienza, perché, a parte tutto, c'è una cosa che so da quando sono diventata una persona meno vacillante e incerta. E devi saperla anche tu. E devo dirti grazie di persona. Devi sentirlo da me, uscire dalla mia bocca o non avrò mai pace per non averlo fatto. Adesso non ha nessuna importanza e non fa affatto differenza fare la figura della rammollita o dimostrare rigore. Questa non è una gara a chi è più cinico e non lo è mai stata, nemmeno allora. E oggi non ho più paura di ammettere le cose, tutte.

"...Ora che son forte so
che sei più forte tu..."

Listening to:
Riprendere Berlino + Tutto domani - Afterhours

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giovedì, febbraio 07, 2008

Nel pomeriggio

There's a certain Slant of light,
Winter Afternoons --
That oppresses, like the Heft
Of Cathedral Tunes --

Heavenly Hurt, it gives us --
We can find no scar,
But internal difference,
Where the Meanings, are --

None may teach it -- Any --
'Tis the Seal Despair --
An imperial affliction
Sent us of the Air --

When it comes, the Landscape listens --
Shadows -- hold their breath --
When it goes, 'tis like the Distance
On the look of Death --
(Emily Dickinson)

Il cielo oggi è un cristallo azzurro pallido, solcato da aerei che volano verso Est sopra i comignoli fumanti. Il sole è rotondo, ma sbiadito e la luce biancastra, lattiginosa. Il pomeriggio cala sornione, molle e languido, decadente. Amo il pomeriggio e il suo non essere inizio, né fine, ma solo un ibrido breve tra luce piena e buio pesto. E il fatto che, con la sua atmosfera sospesa, può sembrare interminabile oppure brevissimo.
Il pomeriggio sembra sempre il momento più propizio per quei moti convettivi che riportano in superficie bolle di ricordi e pensieri, che dal fondo tornano a galla per sfiatare. Sarà per quel taglio obliquo della luce, o per l'angolo particolare delle ombre. E il pomeriggio ha spesso un retrogusto strano, fatto di tutti i pomeriggi che si sono accumulati l'uno sull'altro e dei quali ormai ho perso il conto. Montagne di ore inutili, di libri ammonticchiati sul tavolo e di parole e formule che in gran parte si sono perdute in qualche angolo recondito; ore di cruciverba e radio in sottofondo, di pennichelle, di romanzi che sembravano sfogliarsi da soli, di pagine su pagine vergate con tratto disordinato e nervoso e frasi stucchevoli, di cd smagnetizzati per il troppo ascoltarli, di canzoni più o meno stonate e fuori tempo; ore di occhi rossi e guance paonazze, nelle quali ho pianto molto e riso poco, nascosta e protetta dalla porta chiusa della mia camera. E le volte nelle quali mi sono sentita perduta, e quelle in cui ho creduto di ritrovarmi, e le rare occasioni nelle quali ho preso delle vere decisioni: è stato sempre di pomeriggio. La sera e la notte successive mi sarebbero servite per pentirmi, per avere paura, per lasciarmi piluccare dai rimorsi. Non ho mai creduto che la notte portasse consiglio. Non sono mai stata tra gli eletti ai quali essa ha fatto delle rivelazioni, forse per difetto di sensibilità. Ho sempre fatto e disfatto tutto tra le tre e le otto.

Listening to:
Faded from the winter - Iron & Wine

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martedì, febbraio 05, 2008

Il tempo si avvita su se stesso

"Le cose che ti cambiano
tornano e tagliano
come le lame più affilate delle spade
bucano e non sbagliano..."

Il metronomo ubriaco degli anni che passano. Pause lunghe e pause brevissime si alternano. Nuovi assalti e momenti di quiescenza. Sempre nel frangente meno adatto, ché i ricordi non conoscono cosa sia l'opportunità. E scavano il petto come un'immensa, famelica forchetta.
Il muro bianco che mi osserva mi rende ancora più pallida, per riflesso e per soggezione. Sembra uno specchio. Questa stanza è soffocante. Amplifica a dismisura l'eco del vuoto. Mi siedo e osservo la desolazione e percepisco cose che so già, alle quali, però, mi pare impossibile arrendersi e, tuttavia, sarebbe sacrilego rinnegarle. E rimango in silenzio...

"Per sentire il silenzio degli anni che ho scelto di vivere..."

Listening to:
La distanza (Tiromancino) & Se potessi incontrarti ancora (Riccardo Sinigallia)

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sabato, febbraio 02, 2008

Ci siamo perduti

Un giorno ci sveglieremo nel posto sbagliato senza che ci sia un modo facile per uscirne. Non sarà più tempo di aver coraggio, ci dovremo armare di sopportazione e di qualche anestetico che ci faccia perdere di vista quanto angusto sia lo spazio buio nella nostra scatola. E se andrà bene, l'anestetico farà il suo dovere e solo di tanto in tanto guarderemo il coperchio della scatola sospirando, ricordando cosa c'era fuori dalle quattro pareti di cartone prima che ci rinchiudessimo in esse. Ma se andrà male, la dose di oblio non sarà mai sufficiente e cercheremo vanamente di arrampicarci e ci spelleremo le mani, ci strapperemo le unghie, strepiteremo, sbatteremo i pugni, scalceremo...ma niente avrà effetto: le pareti saranno sempre troppo alte, crudelmente impenetrabili e insonorizzate.
E appena dieci anni fa chi l'avrebbe mai detto che potessimo finire così? Quando il destino sembrava trapuntato di promesse che pareva fin troppo ovvio fossero destinate a noi, e forse lo erano, ma ad un certo punto abbiamo sbagliato a credere che se ne stessero per sempre lì, ferme ad aspettarci, e ci hanno voltato le spalle. Perché noi esseri umani appassiamo molto più in fretta dei fiori e i nostri talenti non sono per sempre e ragazzi dotati spesso diventano adulti mediocri. I sogni, allora, diventano materia buona solo per foderare i cassetti.
Sì, lo vedi che ci siamo perduti?

Listening to:
Upward over the mountain - Iron & Wine

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mercoledì, novembre 14, 2007

E se avevamo qualche spicciolo in più compravamo un Tango

Quand'ero piccola giocavo a calcio in cortile. A quei tempi nel mio palazzo c'erano solo cinque bambini: io, mio fratello Vincenzo, Franco e Milena (anche loro fratelli, abitavano all'ultimo piano), più mio fratello Giuseppe che allora era poco più che un lattante e, ovviamente, non poteva essere dei nostri. Era l'inizio degli anni Novanta. Tra il più piccolo e il più grande di noi c'erano tre anni di differenza. Trascorrevamo insieme ogni momento libero. Inseparabili. Dominavamo spensierati e chiassosi quell'anomalo pezzo di centro: un quadrato con scavi per fondamenta e pilastri che venivano issati giorno dopo giorno e in breve sarebbero diventati gli sghembi edifici del complesso "Diamante" e avrebbero precluso qualunque panorama. Una specie di enclave, che somigliava a una periferia postmoderna, ma era al massimo ad un paio di isolati da qualunque punto "chiave" della città.
Si giocava per pomeriggi interi, fino al tramonto, fino a che una mamma non si affacciava al balcone intimandoci di tornare a casa, e allora strappavamo altri cinque minuti di gioco rassicurando che «sì, sì, stiamo salendo!», presente progressivo, come se fossimo stati già su per le scale a rotta di collo e invece continuavamo un altro po' prima di raccattare finalmente il pallone.
In quattro si potevano fare solo partitelle di due contro due, nel cortile-parcheggio, tra le macchine, senza falli laterali. O si giocava a tirare i rigori, ispirandosi per metà a
Holly e Benji, per metà agli eroi in carne e ossa del momento. A Roberto Baggio. A Totò Schillaci. La composizione delle squadre variava di volta in volta, a seconda di ciò che dettava l'umore. A volte erano miste, spesso una coppia di fratelli contro l'altra; altre si giocava maschi contro femmine, se i maschi volevano vincere facile e fare un po' i bulli. Io e mio fratello quando giocavamo insieme eravamo sconfitti abituali: non abbiamo mai avuto i piedi buoni, con sommo scorno di nostro padre, che come ogni padre italiano, anche se non faceva pressioni e non lo diceva, sotto sotto s'intuiva che avrebbe voluto un figlio di cui poter vantare le doti calcistiche. Milena e Franco, al contrario, se la cavavano bene. Più Milena di Franco, in realtà. Il fratello riusciva a superarla solo per la maggior prestanza fisica, ma i piedini di bimba di lei erano abili e sensibili e se non la si affrontava in maniera aggressiva, spesso ai limiti del lecito, ti scartava senza difficoltà e s'involava velocemente verso l'area. Quella zona dal confine labile che identificavamo come tale.
Ammetto che a volte, invece che giocare a calcio, mi sarebbe piaciuto giocare a campana, ma i maschi erano più grandi ed erano maschi e i maschi - si sa - non giocano a campana. Così si giocava a calcio. Io, che non ero brava come Milena, mi trovavo sempre un po' in difficoltà. In attacco non andavo bene: non sapevo avanzare palla al piede e finivo per spararla lontano, colpendola a casaccio e attirandomi le ire del mio sodale di turno. Men che meno ero adatta a stare in porta: non sono un gatto, ho i riflessi sonnolenti. Così, la cosa che mi veniva meglio era fare il lavoro umile e ingrato del difensore. E io, rassegnata e operosa, mi ci incaponivo e di tanto in tanto riuscivo perfino a strapparlo qualche pallone. Non avevo paura dei gomiti alti, che a volte ti sfioravano il naso, e non temevo il contatto con l'asfalto. Accettavo la mia condizione di operaia del campetto da calcio: non avrei mai segnato, nessuno mi avrebbe mai lodata per un gesto tecnico, ma se avessimo subito un gol avrei dovuto incassare gli insulti e le espressioni contrariate. Non era bello, ma era il prezzo da pagare se volevo giocare. Tanto, l'insulto di oggi domani sarebbe stato dimenticato. Alla sera lo si lavava via dalla faccia insieme alla polvere grigia.

Listening to:
Canzone delle domande consuete - Francesco Guccini

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sabato, ottobre 13, 2007

The naked truth

Beh, ripensandoci adesso, forse non ero poi così da buttare...

Listening to:
Tregua - Cristina Donà

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