sabato, maggio 29, 2021

Scempio

A fermarsi un momento a pensare senza riserve mentali, con brutale onestà, la consapevolezza urticante di tutti gli errori commessi si diffonde come un'infezione. Che cadesse una tessera del domino: tanto è bastato perché a valanga si susseguissero scelte una più sconsiderata dell'altra. Come se non fosse possibile, o desiderabile, nemmeno tentare di riparare al primo inciampo. Come se un alone fatale obbligasse piuttosto a storpiare e deturpare via via in maniera meno rimediabile il quadro. 

E dopo aver piantato una a una le sbarre, perché sorprendersi della gabbia? Ma che sia auto-inflitta, e finanche perversamente desiderata, non rende meno asfissiante la prigionia. 


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Shipbuilding - Elvis Costello

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martedì, aprile 13, 2021

In-azione

Un ingorgo che non può essere disotturato. Un circuito su cui girare all'infinito. Un senso d'oppressione a cui non si riesce a dare sollievo. Un prurito che non si può raggiungere e grattare. La sensazione di essere a un punto morto dell'esistenza diventa sempre più onnipresente. Sarebbe l'innesco perfetto per una crisi di mezza età in piena regola, se solo avessi il coraggio degli atti radicali. Ma i desideri sono forti e la volontà è debole, troppo molle perfino per un esaurimento. E la testa, la testa che non smette di immaginare, è insieme linimento e guinzaglio. Fantasie così vivide da sembrare materia forniscono una realtà virtuale coinvolgente e convincente, temperano la noia, la rabbia, l'insoddisfazione e, impedendo la completa disperazione, ancorano a un binario morto una vita che si è srotolata già così tanto da essere ormai oltre la stagione della fioritura, con gemme che si rattrappiscono sui rami non essendosi, però, ancora rassegnate a non sbocciare. 

Così ogni mattina è un nuovo proposito, una nuova promessa e ancora e sempre, venuta la notte, non resta che registrare l'ennesimo tradimento consumato fantasticando grandiosità ed evocando presenze impossibili. E il tempo sprecato si accumula e ne chiama altro e altro ancora...


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Cataracts - Andrew Bird

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mercoledì, marzo 10, 2021

A cosa è servita l'obbedienza? Ogni regola rispettata è diventata solo un chiodo in più per assicurarmi sempre più fermamente alla mia croce. Di rinuncia in rinuncia e di sottomissione in sottomissione l'orizzonte piano piano si è ristretto fino a farsi una feritoia da cui la luce filtra appena. In quanto ai sogni, presto non resteranno nemmeno l'energia e il coraggio per fantasticarli, se mai nessun castello in aria è diventato per lo meno un ballon d'essai con cui provare a vedere se ci fosse abbastanza vento perché si andasse da qualche parte. E mentre anche il premio di consolazione sembra più precario che mai, guardo alle medaglie di chi non ha mai pensato a fare null'altro che ciò che voleva - incurante di chi potesse aversene a male o restare deluso o ferito - arrendendomi alla certezza che non ci sia retribuzione per aver colorato dentro i contorni per tutta la vita. 


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Catch the Wind - Donovan

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giovedì, febbraio 25, 2021

Passerà - prima o poi - questo volere qualcosa, senza sapere cosa?

La noia nei confronti di tutto e la pervicace speranza che niente cambi. Due estremi che strattonano uno da una parte e uno dall'altra. E in mezzo un abisso che si spalanca. La vertigine del precipizio, l'inquietudine, l'ansia. E la ricerca di un escapismo che funga da compassionevole anestesia. L'arte della fuga, l'unica che abbia mai padroneggiato.

 

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Station to Station - David Bowie

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giovedì, dicembre 10, 2020

Che passi il tempo, solo questo. Potessi esprimere un unico desiderio, sarebbe un salto temporale da qui a quando questo voto potrà essere sciolto. Lo sforzo è tutto qui: nel dover reprimere questa smania, che morde le caviglie come un cagnolino che mette i denti. Non fa male, ma non smette di infastidire un attimo. È una lotta costante tra la voglia di non credere e gettare tutto alle ortiche e quella di resistere, perché non si sa mai ci si debba poi pentire di aver mancato di fede. E intanto l'ignoranza pesa e opprime e il tempo sembra una sgradevole pratica da sbrigare. Se solo potessi avere il filo magico della fiaba, lo tirerei quel tanto che basta per superare quest'incertezza e questo tempo di sacrificio promesso forse più per scaramanzia che per fiducia. Ma a qualcosa ci si deve pur poter appigliare e la speranza si paga in moneta di privazione, da sempre e per sempre. Così non resta che aspettare...


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Il diavolaccio - Marco Parente

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giovedì, agosto 13, 2020

Esplorando

Questa strana estate senza vacanze è, tuttavia, un'estate di viaggio. L'estate di una personale spedizione alla ricerca delle mie Montagne della Luna. Sarò il saccente Burton? O l'arrogante Speke? Resterò testardamente irremovibile e pervicacemente ego-centrica? Avrò il coraggio di lasciare emergere tratti che preferisco fingere di non sospettare nemmeno? Tornerò scornata e sconfitta, decisa a liquidare tutto come una montatura? Tornerò vincente, ma delusa? Tornerò io? O tornerà qualcuno che ha il mio stesso aspetto, ma che non è affatto la stessa Maria che è partita? Sarà un'impresa? O un fallimento?

Da un po' di tempo a questa parte mi sembra di avere solo domande e nessuna risposta, nessuna certezza. Sono la versione sperimentale di me stessa, precaria e in fieri, che tutto è pronta a mettere in dubbio e tutto è pronta a riconsiderare. E mentre sento il suolo traballante, mi pare che il mio sguardo si sia fatto più acuto. Via via che verità di comodo e bugie pietose e postulati figli della paura svelano la propria natura, mi pare di riuscire a vedere venire a galla cose su di me e sugli altri rispetto alle quali la cecità dei miei occhi era totale. Non così, tuttavia, quella dell'anima, che le stesse cose le conosceva - o per lo meno le intuiva - e cercava di portarle in superficie manifestandole come vaghi fastidi, inspiegabili ansie, inopportuni scatti d'ira, indecifrabili gioie, intempestive lacrime, apparentemente immotivati timori. E, se da un lato mi sento posseduta da una sorta di furia iconoclasta, desiderosa di abbattere e di distruggere e di cancellare, dall'altro ho un bisogno e un desiderio di sacro che si fanno sempre più brucianti. Ho necessità di una nuova teogonia e nuovi altari, santi nuovi e nuovi valori. Di un tempo diverso in cui poter guardare i germogli e aspettare prima di decidere cosa tagliare, senza rigidi precetti. Un tempo che accetti anche l'ortica o la gramigna, senza tenere l'erbicida sempre a portata di mano.


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Epilogue - Ryuichi Sakamoto

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martedì, agosto 11, 2020

Apostasia

Che genere di dio sei, che non distingui offerte e offese?

Che genere di dio sei, che, purché provenga da me, tutto consideri con indifferenza o sdegno?

Che genere di dio sei, che hai leggi contraddittorie e non imparziali?

Che genere di dio sei, che ad alcuni chiedi l'impossibile e perdoni ad altri di non aver fatto nemmeno l'indispensabile?

Che genere di dio sei, che tra la tua progenie hai distribuito patenti di divinità e di mortalità con implausibile arbitrio?

Che genere di dio sei, che hai chiesto il sacrificio della mia adolescenza?

Che genere di dio sei, che impassibile l'hai guardata dissanguarsi come fosse una visione qualunque?

Che genere di dio sei, che hai scritto le tue promesse nell'acqua di un fiume impetuoso?

Che genere di dio sei, che ancora e ancora mi hai illusa e poi tradita?

Che genere di dio sei, che per tutti hai comprensione e per tutti hai un perdono, meno che per me?

Che genere di dio sei, che distribuisci premi e colpe, sia quelli che queste immeritati?

Che genere di dio sei, che sei misericordioso con gli uni e implacabile con gli altri?

Che genere di dio sei, che a tutti profetizzi il bene e per me intravedi solo un presente e un destino infelici?

 

Io ti rinnego.  

E rinnego ogni mitezza, ogni accondiscendenza con nelle viscere il dolore di chi sa che l'abiura è tardiva e non serve a recuperare quello che è perduto.

Fuori dalla tua nazione, lontano dalla tua legge, sono sottratta al mio peccato originale (che, in verità, non è nemmeno mio). E, pur dolente e in ritardo, sono finalmente libera di scegliere da sola l'unità di misura con cui soppesarmi.

 

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Song to the siren - Tim Buckley

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domenica, agosto 09, 2020

E ora che sempre più vedo quello che è, quello che sei, mi sento molto meno piccola, meno indifesa. Vedo l'ipocrisia e la cattiveria sotto la vernice della mitezza e dell'equità. E sono consapevole del disprezzo. Lo sento nettamente, mentre mi viene vomitato addosso in modo subdolo e insinuante. Ma sentirlo per quello che è, non come un mio senso di colpa da espiare, gli toglie il potere di dilaniarmi. Lo sento sempre più come una percezione neutra e sempre meno come un dolore. Non è più una ferita inferta, è un dato da registrare. E parla di te, non di me. Di ogni stilettata io sono solo il bersaglio, non la causa. 

Adesso lo vedo, adesso lo so. 


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Geraldine - Glasvegas

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domenica, luglio 19, 2020

Insensibile. Così mi definiva. E io a chiedermi per anni come fosse possibile, allora, avere tutte quelle lacrime, da dove venissero, perché a volte sembrasse interminabile il tempo passato prima di poterle contenere. Lacrime da emozioni di retroguardia, vissute sempre ex post, come se in diretta mi fossero precluse. Lacrime silenziose da relegare dietro porte chiuse e consumare in solitudine. In pubblico la vita era un'anestesia perenne e così, di tante cose mi sono accorta fuori tempo massimo, una volta che ho potuto guardarle al sicuro nell'intimità della mia stanza.

Insensibile, sì, ma per mia natura o solo per confermare un'etichetta assegnatami? Insensibile per mandato. Con un corpo da temere e zittire e domare come un animale feroce. Con standard irraggiungibili a cui tendere, che richiedevano - anche solo per provare ad avvicinarvisi - l'eradicazione di ogni vulnerabilità, ogni dubbio, ogni possibilità di errore, ogni umanità. Una vita a reprimersi e vergognarsi e nascondersi e svalutarsi, a guardare le cose belle con il sospetto di chi non si crede alla loro altezza. A pensare che la mia felicità dovesse essere subalterna, se rompeva patti ai quali mi era stata imposta la fedeltà, se arrivava prima di date fissate con non si sa quale criterio. O a non vederla nemmeno, la possibilità della felicità, perché - sapendo che non era ancora il tempo stabilito - mi negavo inconsciamente perfino la facoltà di percepire sensazioni e turbamenti. E intanto vedere il perdono per gli altri, la comprensione, addirittura la giustificazione delle loro deviazioni da norme che per me, invece, erano ferree e insindacabili come dogmi. Cogliere la crudeltà e l'insensatezza di tutto questo e comunque riuscire a sentirsi in colpa anche solo di aver ricevuto una telefonata, portando nel cuore il cimitero di tutte le cose lasciate morire, sacrificate su un altare che non era mio, per compiacere qualcuno che non ero io. Sopportando in silenzio, senza ribellarsi mai, perché questo mi era stato insegnato: che il sacrificio e il dolore per una donna sono la condizione esistenziale.

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The Mercy Seat - Nick Cave & The Bad Seeds

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sabato, luglio 18, 2020

Approvazione

What drink’st thou oft, instead of homage sweet,
But poisoned flattery?


Nel culto di chi o di cosa viviamo? Di chi sono gli dei che seguiamo? Abbiamo davvero scelto noi l'altare sul quale sacrificare tempo e fatiche? Come abbiamo deciso a cosa consacrare la nostra vita? Per compiacere chi? Per noi stessi o un'autorità esterna che ogni tanto ci dispensa qualche zuccherino e così ci tiene in suo potere? Siamo davvero autonomi o siamo inconsciamente eterodiretti da desideri che non ci appartengono?

Ap-pro-va-zio-ne. Cinque sillabe da cui mi sto curando e, mentre sono alle prese con la mia terapia, i miei "colleghi" malati li vedo dappertutto, come non mi era mai capitato di notare. Se c'è davvero una pandemia, è questa ricerca spasmodica dell'apprezzamento, quasi che avesse valore solo ciò che riceve il plauso di qualcun altro. Quella voglia di essere guardati, notati, lodati per curare ferite antiche. Ma trovare lo sguardo così ardentemente bramato e mai davvero catturato è impossibile. Neanche milioni di milioni di altri occhi potranno colmare quel desiderio. Mentre quelli, quelli non ci guarderanno mai come avremmo voluto, e comunque sarebbe troppo tardi. Con le cose buone è sempre una questione di tempismo: in ritardo o in anticipo non servono a niente. 

L'unica cura possibile è una rivoluzione, un'inversione a U in direzione di se stessi perché lo sguardo che brilla sia il proprio, perché sia il nostro il viso su cui si allarga un sorriso orgoglioso e niente possa fare vacillare una soddisfazione intima, viscerale cercata e costruita con in mente solo le proprie passioni, i propri desideri, la parte autentica di sé.

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Like a Friend - Pulp

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sabato, giugno 13, 2020

Saving grace

Attorno la tempesta. Nubi dense, scure, che vomitano pioggia a conati violenti. Lampi che fendono il cielo. Tuoni squassanti. Venti impetuosi. Strepito. Confusione. Non sappiamo dove stiamo andando eppure ci andiamo velocissimo.

Dentro una pace nuova, sconosciuta, sorprendente. Forse fragile come un cristallo, ma tenace come certe cose sottili sempre sul punto di spezzarsi e pervicacemente impegnate a resistere. 

C'è una grazia speciale nel lasciarsi andare, nell'accettare la spinta del vento, nello smettere di restare abbarbicati alla propria immagine di sé, a illusioni e definizioni, alle proprie presunte promesse mancate, che - benché sembrassero la corda tesa dell'arco, che ci avrebbe proiettato lontano - non erano altro che confini e catene e camere di contenzione.

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Meglio che niente - Pino Marino

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martedì, giugno 02, 2020

Sarà bellissimo

Qui, in nessuno altro posto, che non sia qui. Nessun altrove da desiderare. E adesso. Nessun passato da rammendare né futuro da tessere. Ciò che è stato, è stato e mi appartiene, ma non mi definisce, non mi limita e non mi rappresenta. Quel che sarà, sarà e mi va bene. Non c'è modo di saperlo né di poterlo costruire o prevedere con certezza. L'imponderabile è sempre in agguato e la nostra ostinazione non è così potente da piegare il caso e, no, non c'è chiaroveggenza che riesca ad afferrarlo, né previdenza che possa esaurire tutti gli scenari possibili. Il futuro arriverà, basta attendere per vederlo dispiegarsi. Nel frattempo sono qui adesso e sono effimera, come tutte le cose del mondo, e non ho tempo per concentrarmi su obiettivi e standard stabiliti da chicchessia. Sono troppo vecchia per andare in giro come un venditore porta a porta che mendica dieci minuti di attenzione, con lo spirito che si accartoccia un po' di più a ogni scampanellata che resta senza risposta e un sorriso fasullo sempre appeso sotto il naso, nella speranza di abbindolare il prossimo che guarderà dallo spioncino. E, visto che il tempo a mia disposizione è scarso e non c'è modo di conoscere tutto, tanto vale concentrarmi su conoscere me stessa.

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Costruire per distruggere - Afterhours

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venerdì, novembre 08, 2019

Tempo per me

Le notti insonni non hanno più lo stesso sapore. Non ci sono più canzoni da scandire in silenzio, solo muovendo le labbra, nel buio di una casa addormentata. Ninnananne improbabili. Esorcismi non ortodossi per tumulti e tormenti. A proposito di tutto e di nulla in particolare. Il fido Walkman come compagno, aspettando che arrivasse l'ora di alzarsi per andare a scuola.

Ora la stanza è illuminata da una perpendicolare luce bianca, igienica e abbagliante, come in un ospedale. Il silenzio è rotto dal battere delle dita sui tasti del computer. Essere svegli non è più una fastidiosa casualità, è un bisogno. Un po' per le cose ancora da fare, le scadenze da rincorrere come la lepre in una gara di levrieri al cinodromo; un po' per la necessità di rubare qualche pezzo solo per sé in giornate stritolate dal dovere. Il computer rimanda le stesse ninnananne di vent'anni fa e viene quasi la tentazione di mettersi a ballare. Una ridicola e goffa danza solitaria nel cuore della notte, urlando senza emettere suono parole così familiari e precise e che calzano così a pennello, che sembra ti scorrano nel sangue. 

E si finisce per chiedersi per quale assurda perversione non sembri essere cambiato nulla, mentre i tuoi eroi hanno ormai l'età della pensione o del cimitero. O forse è solo che quelle schegge inossidabili di perfezione riassumono (e possono prendersene il merito) tutti i veri momenti salienti dell'esistenza, perché hai vissuto con più emozione l'ascolto delle crisi interiori di giovani working class dell'Inghilterra settentrionale e dei loro amori - vividi e umani, rabbiosi, un po' disfunzionali, pieni di frustrazioni e di secrezioni, sporchi e imperfetti - di quanto ti sia mai accaduto con la tua stessa vita, fatta di momenti sempre un po' sfocati e con sentimenti attutiti, quasi fossero avvolti nel pluriball. Che per sentirli, finalmente, te li sei dovuti strappare fuori a posteriori sullo sfondo bianco di una pagina e guardarli lì, nella loro gracile stilizzazione, per convincerti che fossero veri.

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giovedì, novembre 07, 2019

"I'll be sleeping in, sleeping in throughout these glory days"

La mente è una macchina del tempo. Vent'anni fa sembrano ieri. Le storie vissute. Quelle sognate. Quelle neppure immaginate per pudore o senso di inadeguatezza. Fantasmi che ci visitano dai Natali passati, presenti o futuri, eppure non hanno nulla di spettrale. Non c'è un solo contorno che sia sfumato. Persone a cui abbiamo detto addio. Commiati forzati. Saluti mai pronunciati. E ancora risuona l'eco delle risate, si percepiscono le canzoni un po' stonate cantate a squarciagola nelle sere d'estate sul lungomare e quelle davanti a uno specchio. Una gioventù stantia e fuori tempo massimo a cui restare aggrappati con le unghie, prima di rassegnarsi a buttarsi a capofitto in presunti "giorni di gloria" fatti di spiccioli successi quotidiani, che accomunano gli esseri umani dalla loro comparsa sulla Terra. 

Non che ci sia davvero qualcosa a cui attaccarsi, niente di luminoso o indimenticabile, se non quel senso rotondo di possibilità, che nel tempo si è poco a poco ristretto. Oggi è solo un puntino, forse poco più, ma allora era come una licenza di inventarsi, di pensarsi e immaginarsi diversi da tutti. 

Ci vuole una perseveranza speciale per aspettare il proprio momento, se tarda all'appuntamento. Qualcuno ha detto che, se fai qualcosa abbastanza a lungo, prima o poi il tuo tempo arriverà. Era certamente qualcuno con molto più talento, molta più intelligenza, molta più passione, molta più motivazione, molta più determinazione e risolutezza di me. Io penso di avere lo stomaco giusto per un altro giro. Poi con un mezzo inchino lascerò la giostra. Non penso mi sarà possibile sopportarne la vista mentre continua a girare senza di me. Non credo riuscirò a distrarmi, come fanno altri, perdendomi in diversivi fino a dimenticarne perfino l'esistenza. 

Dovrò imparare a sopravvivere alle mie promesse mancate, rassegnarmi a giocare con la mano di carte che ho, finalmente arrendermi a soluzioni non originali, forse. O più probabilmente, se mi cercherete, sarò a letto sperando di consumare nel sonno questi "giorni di gloria".

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Glory Days - Pulp

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venerdì, luglio 19, 2019

Dolor y gloria

Non mi succedeva da anni, forse non mi era davvero mai successo, di guardare un film e continuare a pensarci quotidianamente a distanza di due mesi.

Confesso: sono un'almodovariana ortodossa e di stretta osservanza. Amo Pedro. Lo sento simile a me per gusti, sensibilità, ossessioni, estetica. Anche nelle sue pellicole che giudico meno riuscite c'è sempre qualcosa che mi colpisce e mai ne ho trovata una che abbia interamente detestato.

Amo l'Almodóvar iconoclasta, eccessivo e kitsch degli anni '80 e quello dei melodrammi a cavallo tra la fine dei '90 e l'inizio degli anni 2000. Lo adoro quando scompagina tutto e tira fuori il film che non ti aspetteresti. Matador. La Pelle che Abito. Impazzisco per la sua capacità di esplorare la complessità psichica degli esseri umani, quell'intreccio inestricabile di pregi e difetti, successi e miserie, "normalità" e "patologia", disperazione e vitalità, freddezza e passioni sfrenate, inibizione e desiderio. Apprezzo che non provi a estorcerti né le risate né le lacrime, che non sovraccarichi mai le atmosfere per preparare quello che sarebbe in fin dei conti uno scippo, ma che lasci allo spettatore la libertà di ridere o piangere spontaneamente, se crede, senza manipolarlo. Resto senza parole davanti al suo modo di dirigere gli attori. E, prima ancora, di sceglierli: ogni volta così azzeccati, che non riusciresti a immaginare nessun altro al loro posto in un determinato ruolo. 

Nonostante gli anni di frequentazione e venerazione, tuttavia, non ero preparata a Dolor y Gloria. Che fosse un film intimo e personale lo sapevo, questo sì. Ma non mi aspettavo fosse intimo e personale a tal punto anche per lo spettatore. Non immaginavo di essere chiamata in prima persona a riflettere sulle cose rimaste in sospeso nella mia vita, sugli amori salutati senza che fossero esauriti, sulle ferite per la mancata accettazione della propria alterità da parte di chi dovrebbe accettarci e apprezzarci per ciò che siamo, completamente e senza giudizi. Non pensavo mi si chiedesse di interrogarmi sull'importanza della ri-elaborazione della memoria, come strumento di riappacificazione col passato e liberazione dalle zavorre emotive che asfissiano. Non mi aspettavo di capire con tanta nettezza che la cura migliore, dopo tanti anni, è quella di lasciare andare, ritrovare qualcuno solo per dirgli addio definitivamente e compiutamente. Superare le cose per trasfigurarle attraverso l'atto creativo, affinché né il bene né il male siano stati invano e al tempo stesso non diventino catene. 

Antonio Banderas alias Salvador Mallo in Dolor y Gloria
E tutto questo visto e vissuto in maniera sublime nel corpo e nel volto della creatura almodovariana per eccellenza: il mio amatissimo Antonio Banderas. Che magari per i più sarà solo Zorro, il Gatto con gli stivali o il mugnaio della pubblicità che parla con la gallina Rosita, ma che per me sarà sempre Sadeq, Ángel, Antonio, Carlos, Ricky, Robert, León. E Salvador.

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Cracking codes - Andrew Bird

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